La città medievale

Questa relazione è stata realizzata durante lo stage dalle classi 4 At, 4 Ast, 4 Bst durante l'anno scolastico 1996/97. Lo stage riguarda in generale le città nell'età medioevale con le maggiori correnti artistiche del tempo; Le città analizzate nel particolare sono state Siena, San Giminiano, Certaldo e Monteriggioni.

Introduzione Generale Monteriggioni  
Gotico Certaldo
Romanico Vicenza
Siena La visione degli autori della città medievale
San Giminiano Foto

 

Indice

 

1. Introduzione generale

La societa' medievale

Dopo il crollo dell'Impero romano, nell'arco di alcuni secoli, le popolazioni europee romanizzate si amalgamarono con quelle sopraggiunte a ondate dall'Oriente e diedero vita a lingue e culture diverse, unificate in parte dalla religione cristiana. Il tempo che va dal VI al XIV secolo e che è chiamato Medioevo, si distingue per quanto riguarda la costruzione delle case e delle città, in due periodi alquanto diversi: il primo, che dura fin quasi all'anno Mille, in cui si costruiscono pochissimi nuovi edifici, se si fa eccezione per quelli compresi in monasteri e castelli; il secondo, in cui crescono nuovi villaggi, rinascono città semiabbandonate e si fondano città nuove. Il primo periodo è caratterizzato da un forte calo della popolazione europea, dalle scorrerie dei barbari, dal crollo del potere e dell'organizzazione civile romana sostituiti dalla più primitiva struttura feudale. Il secondo periodo vide invece un estendersi delle coltivazioni, con disboscamenti e risanamenti di zone paludose, la crescita della popolazione, il progressivo superamento della servitù della gleba, il crescere dell'artigianato e del commercio. Nelle aree più progredite, come la Lombardia, le provincie Anseatiche e la Toscana, le città acquistarono di fatto la piena indipendenza politica, giocando sulla rivalità tra Papato e Impero. Le città non erano basate sulle attività artigiane e commerciali, ma erano capitali di uno stato feudale e sedi di una corte, avevano, naturalmente, una maggior quantità di dimore nobiliari e, anche una diversa organizzazione urbana. Le case erano relativamente grandi, malgrado vi si vivesse in affollamento.

Le case medievali

La casa del mercante e la casa dell'artigiano sono quelle che caratterizzano maggiormente le città medievali d'Europa. Esse appartengono spesso al tipo unifamiliare a schiera o casa gotica. Nella casa medievale il piano terra era destinato a fondaco del mercante o al laboratorio dell'artigiano, che spesso utilizzava, per alcune lavorazioni, lo stretto cortile retrostante. Il primo piano era occupato da cucina e soggiorno e quello ancora superiore dalle camere da letto. Le persone non disponevano di stanze private: nelle case semplici spesso molte persone di diversa età e sesso dormivano nella stessa grande stanza, anche nelle case dei ricchi le ancelle dormivano ai piedi del letto della padrona e i garzoni in un angolo della camera del padrone. La diffusione delle costruzioni in pietra e cotto fu una conseguenza dei grandi incendi che devastarono le città europee. Nelle case a traliccio la decorazione era affidata, in parte, al disegno geometrico dei tralicci, con l'inserimento di ampie parti finestrate, in parte all'intaglio delle parti lignee. Nelle case in pietra o cotto la decorazione era invece ottenuta con strisce a decorazione geometrica, cornicioni, variazione nella forma delle aperture. Rispetto alle abitazioni romane di città, le case medievali disponevano di minore qualità tecnica: non avevano acquedotto né fognatura e perciò utilizzavano acqua di pozzo o di fontana e scaricavano i liquami nelle vie. Le abitazioni urbane delle famiglie ricche o nobili non differivano molto dalle case mercantili, se non per le dimensioni. Più spesso le case delle famiglie più rappresentative adottavano lo schema a corte o domus, anche nelle città dove era prevalente il tipo a schiera. L'ambiente urbano era caratterizzato dalle molte torri private, che competevano in altezza con campanili, torri di cinta, talvolta perfino con la torre civica. Anche se molte di queste torri sono state abbattute nella trasformazione rinascimentale e barocca dei maggiori centri italiani, è ancora possibile farsi un'idea dell'ambiente urbano medievale in diverse città italiane, prima fra tutte San Gimignano. In epoca medievale le case superavano raramente i tre piani fuori terra e molte città contenevano al loro interno orti, giardini e frutteti privati, utili anche in caso di assedio.

La città medievale

In un periodo di continue guerre le città capitali dei feudi erano spesso assediate. Tutte le città erano perciò cinte da mura e spesso da fossati che venivano allagati in caso d'assedio. Le mura attorno ai centri più importanti erano complessi sistemi difensivi, dotati di camminamenti, torricelle, merlature, che facevano tesoro dell'esperienza romana e bizantina, con significative innovazioni. La città era perciò luogo di sicurezza, di forza e di privilegi, dove si accumulavano i tesori dei privati e delle comunità. Due sono le forme prevalenti delle più antiche città medievali: gli schemi radiocentrici, con le principali vie radiali confluenti verso la piazza centrale e il reticolo ortogonale. Il tessuto delle città medievali più antiche è spesso irregolare, con vie non rettilinee, edifici che sporgono dai fili stradali, spiazzi e slarghi triangolari, trapezi o di forme più complesse. Nel caso delle città di nuova fondazione il tracciato viario è regolare, le piazze sono rettangolari, ma permane una notevole varietà di altezze e forme degli edifici che documentano il carattere individualistico della società borghese. In genere la piazza del mercato, su cui affacciava il palazzo del comune o la cattedrale, era posta al centro dell'abitato, sia negli schemi radiocentrici sia in quelli ortogonali. Il castello era in genere posto sul confine della città, nel luogo meglio munito. Nei liberi Comuni l'amministrazione era relativamente semplice rispetto all'attuale struttura burocratica. Perciò il palazzo comunale era un edificio composto di un grande salone per le riunioni del Consiglio corredato da alcuni uffici per il podestà, il capo della polizia, gli scrivani pubblici.

Paesaggio e insediamenti nel medioevo

Nei secoli tra la fine dell'Impero e l'anno Mille, la popolazione europea era diminuita e molte zone coltivate erano state abbandonate e riguadagnate dai boschi e dalle paludi. Con il nuovo aumento della popolazione e il rifiorire delle attività furono dissodate nuove terre, scavati nuovi canali d'irrigazione o ripristinati gli antichi, costruiti terrazzamenti per coltivare le falde ben esposte di colline e montagne. Le città e i villaggi venivano spesso costruiti in posizione elevata sia per rendere più facile la loro fortificazione, sia per allontanarli dalle nebbie e dalle zone paludose e migliorarne la ventilazione.

Architettura religiosa

In una società tutta permeata dalla religiosità come quella medievale, il maggior impegno costruttivo fu dedicato alle chiese. Il sentimento religioso era rivolto alla vita ultraterrena e il rapporto con il trascendente aveva come scopo principale quello di trovare un compenso, dopo la morte, alle sofferenze e alle ingiustizie che opprimevano gli uomini. Nei luoghi dei martiri, delle apparizioni, dei miracoli sorsero numerosi santuari. La chiesa più importante era la cattedrale, che diventava simbolo della fede della città e documento della sua ricchezza e del suo orgoglio civico. Oltre ai santuari e alle chiese cattedrali si costruirono nel Medioevo migliaia di chiese parrocchiali, le pievi, e moltissime chiese conventuali, legate alle abbazie e ai conventi urbani. La forma planimetrica delle chiese medievali fu spesso quella a croce latina, che ricordava simbolicamente la croce di Cristo. Lo spazio era suddiviso in tre (talvolta cinque) navate. La navata centrale era più ampia e più alta delle laterali, come nelle basiliche paleocristiane e bizantine e, come quelle, terminava in un'abside, che spesso era circondata da un portico poligonale detto deambulatorio. A circa due terzi della lunghezza l'ambiente era attraversato da una navata perpendicolare, larga e alta come quella centrale, detta transetto. Lungo le navate laterali e sul deambulatorio, si aprivano spesso cappelle con altari, che, nel sottosuolo, contenevano le tombe delle famiglie nobili o ricche che avevano contribuito alla costruzione della chiesa. I campanili delle cattedrali erano talvolta altissimi e sostituivano la torre civica, o rivaleggiavano con essa. Queste caratteristiche generali sono comuni alla maggior parte delle chiese medievali, siano esse classificate come romaniche o come gotiche.

Monasteri e conventi

Le abbazie e i conventi sono, in entrambi i casi, grandi residenze collettive per persone votate alla vita religiosa, con annessi ambienti di preghiera, per il lavoro e per lo studio. Il più antico degli ordini religiosi è quello benedettino, fondato nel VI secolo in Italia. I monaci e le monache benedettini sono votati alla contemplazione ,allo studio e al lavoro. I loro monasteri venivano costruiti in luoghi isolati e tendevano perciò ad essere autosufficienti dal punto di vista della produzione dei beni essenziali. Con il tempo l'attività dei monaci benedettini fu sempre più orientata allo studio, alla copia e alla conservazione degli antichi testi religiosi (e anche profani). Nel XII secolo venne fondato in Francia l'ordine cistercense come riforma dell'ordine benedettino. Esso si specializzò nell'attività agricola, risanando zone paludose e diffondendo in tutta Europa nuove tecniche di coltivazione San Bernardo da Chiaravalle, una delle principali figure di superiori dell'ordine, elaborò norme precise per la loro costruzione, dando vita ad un vero e proprio stile cistercense. Un altro monastico è quello dei Certosini che diede luogo al curioso tipo edilizio della certosa, un chiostro circondato da piccole case con orto, per ogni monaco. I monasteri sorgevano in genere lontano dalle città, per garantire un maggior distacco dalla vita mondana. Nel XII secolo sorsero gli ordini "mendicanti" e si stabilirono nelle città, per questo la maggior parte delle città italiane ed europee possiedono due conventi, uno francescano e uno domenicano, con le relative chiese, spesso più importanti delle cattedrali. Mentre le abbazie producevano una cultura a circolazione limitata, i conventi erano sede di studi più secolarizzati, e le loro chiese erano ricche d'opere d'arte.

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2. Gotico

Se si era utilizzato il termine romanico per definire il tipo di arte nata dal 1000 al 1100 il nome gotico non ha niente a che fare con la popolazione germanica da tempo ormai estinta: i Goti. Gotico vuole significare 'vandalo' oppure 'distruttore' perché questo termine fu coniato nel periodo rinascimentale ,periodo che si prefiggeva il restauro della tradizione classica. In realtà la parola serve solo a delineare i caratteri di un'architettura e non vuole avere niente di dispregiativo. Storicamente l'arte gotica coincide con la caduta dell'impero e con il formarsi delle monarchie nazionali, che si oppongono allo strapotere della vecchia nobiltà terriera cercando nella borghesia il nuovo sostegno per il sovrano. L'organizzazione statale monarchica trova a quel tempo anche una giustificazione filosofica con S.Tommaso. Ciò non vuol dire che all'interno del regno non vi fossero degli screzi fra il sovrano e i proprietari terrieri desiderosi di gestire da soli il proprio territorio. Bisogna parlare poi delle istituzioni laiche che rappresentavano delle vere e proprie unità autosufficienti: i monasteri. Il Gotico è l'arte dei monarchi, dei "signori" dei monasteri e della borghesia ricca, non della borghesia popolare fondatrice del comune. Il Gotico riguarda vari rami ma quello più ricco di innovazioni è l'architettura, non quella delle piccole chiese ma quella delle cattedrali, dei palazzi ducali, delle mura e delle fortezze che difendono la ricchezza della città.

Il gotico in Francia

Il Gotico sorge con un secolo di anticipo rispetto all'Italia nell'area parigina. Nel 1140 l'abate Super di Saint-Denis inizia la costruzione del coro della sua chiesa, che è considerata la prima opera gotica. L'abate Super potente consigliere del re di Francia avvallava una nuova idea per avvicinarsi a Dio: manipolando la materia e rendendola opera d'arte. Ecco la creazione di sculture, pitture, vetrate. Ma tutto ciò serviva anche per affermare il potere del re di Francia, il suo potere terreno. Quello dell'abate Super è solo un esempio, non dobbiamo attribuire a lui la nascita del Gotico, infatti poco dopo iniziò la costruzione delle cattedrali di Senlis, Noyon, Laon, Parigi. La cattedrale francese ha un preminente sviluppo verticale, ha la facciata serrata fra due alte torri, è coperta da due volte a crociera. Ma tutto acquista un aspetto diverso perché cambia il rapporto fra larghezza e altezza accentuando il senso di elevazione, quasi di distacco; cambia la concezione dello spazio; la linea prevale sulla massa, il vuoto sul pieno. Il principio tecnico su cui si basa lo stile gotico è l'arco a sesto acuto, sia semplice sia formante la crociera. L'arco a sesto acuto porta una maggior altezza dall'edificio nella sua parte centrale(quindi in prossimità della navata centrale) e più bassa sopra le navate laterali. All'interno la sensazione di elevazione si accentua ancora di più perché la navata centrale risulta molto più alta e larga delle due navate ai lati. La presenza di pilastri che tendono verso l'alto e che tendono verso un ideale punto di fuga aumenta questa sensazione di verticalizzazione. Lo spazio gotico risulta quindi, contrariamente a quello romanico che era chiaro e misurato, risulta illimitato, indefinito; lo spazio non è più a misura d'uomo ma a misura del potere, civile e religioso. La cattedrale gotica è ricca e molto complessa con pinnacoli, guglie, il fedele di fronte a questa complessità è smarrito, disorientato.

Le vetrate

L'equilibrio delle strutture portanti ha fatto modo che porzioni di pareti possano essere sostituite da grandi vetrate colorate. La luce che passa fra queste rimbalza all'interno sui pilastri. Per i teorici del tempo la luce e il colore sono i mezzi visibili per arrivare a esprimere l'idea di ciò che è invisibile: Dio. La luce ora passa per i vivi colori delle vetrate e questa luce entra nella cattedrale creando una varietà cromatica che varia a seconda dell'ora e della stagione. Nelle cattedrali gotiche grandi spazi murari vengono sostituiti con grandi vetrate che come disse Scoto Eriugena: "Ci solleva dal materiale all'immateriale". Le scene rappresentate sono quelle delle sacre scritture, molto importanti visto che il popolo non sapeva leggere e questo era l'unico modo per far conoscere ciò che non potrebbero leggere dai testi. In Francia spesso accade che intere chiese come quella di Saint-Chapelle hanno intere pareti costituite da enormi vetrate.

Il gotico in Inghilterra, Spagna, Germania

Nell'architettura gotica Inglese lo spazio religioso è caratterizzato dall'espansione mediante aggiunte che lo articolano nello spazio. La facciata, invece, che aveva struttura verticale, si estende in lunghezza. Tutto il corpo dell'edificio sorge sopra un grande prato verde, raggiungendo un bell'accordo fra pietra ed erba. Fra gli altri edifici che costituiscono il complesso della Cattedrale di Wells, occorre ricordare almeno la Chapter House, appartenente al Gotico tardo. Il gotico spagnolo trae ispirazione da quello francese e da quello tedesco. I rapporti fra Spagna e Francia erano stati sempre molto stretti soprattutto vista la posizione geografica. A Burgos capitale del regno di Castiglia dal X al XVI secolo sorge una delle più belle cattedrali spagnole che rivela l'influsso francese sia nell'elevazione sia nella disposizione della facciata, stretta fra due torri. Anche se influenzato non significa che il Gotico spagnolo non possieda una propria originalità riscontrabile in quella fusione di cultura occidentale e di influenze arabe che è tipica di questa nazione. L'architettura tedesca è fra le prime a risentire delle novità francesi. Si possono comunque ancora riscontrare le caratteristiche originali: forza strutturale, scarsa apertura delle finestre e la preminente evidenza degli elementi portanti. Un esempio è la Cattedrale di Limburg. Pur derivando dalla Cattedrale di Laon essa si presenta serrata e compatta, arroccata sul colle ove sorge, come un castello, formando un blocco unico con la roccia. Anche la cattedrale di Colonia pur essendo in pianura domina con la sua mole il fedele con l'immensità e l'altezza delle sue strutture. Iniziata nel 1248 i lavori proseguirono con molta lentezza tanto che i lavori terminarono nel 1880. L'opera risente notevolmente di questo intervento ottocentesco, che le conferisce una certa freddezza e monotonia per la ripetizione sistematica dei motivi e per la rigida simmetria delle strutture. La chiesa rispecchia comunque i caratteri gotici, quindi la facciata stretta fra due torri, la proporzione fra altezza e larghezza, la selva dei pilastri che dividono le cinque navate e la luce soffusa.

La città

La città gotica non differisce sensibilmente da quella romanica tranne che per una maggior ampiezza dell'area abitata e nuove cinte murarie. Spesso accade che su di una grande piazza si affaccino tutti i palazzi del potere, quindi: il palazzo comunale, la cattedrale, le chiese degli ordini monastici e il mercato.

Le abbazie cistercensi in Italia

Alla diffusione del gotico importantissimo è il ruolo svolto dai benedettini che aveva sede principale nel villaggio di Citeaux. In Italia bisogna ricordare l'Abbazia di Fossanova il più antico edificio gotico italiano. Già all'esterno afferma il verticalismo con la forte elevazione del tiburio e del corpo centrale, sorretto tuttavia da robusti contrafforti. L'interno è saldo, semplice, essenziale. Il verticalismo è ottenuto mediante pochi elementi essenziali: gli svelti pilastrini, più slanciati perché si appoggiano sui capitelli pensili, alti da terra. Di grande importanza, sempre nel Lazio, è l'Abbazia di Casamari nella quale si accentuano le caratteristiche gotiche di quella di Fossanova. A Vercelli la Chiesa di Sant'Andrea ha forme cistercensi ma mostra anche, accanto ai ricordi francesi come le torri ai lati della facciata, gli archi rampanti, forse dovuti ai committenti, i canonici di S. Vittore di Parigi, la continuità della tradizione padana nella larga facciata a capanna e nelle logge ad archetti. 

 

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3. Romanico

Il periodo che va dalla metà del XI a tutto il XII secolo è detto "romanico". Il termine è stato coniato dagli studiosi francesi dell'800 (De Gerville, De Caumont) che intendevano istituire un parallelo fra l'arte di questi secoli e le lingue neolatine o "romanze" eredi della grande tradizione romana. Il parallelo tra le lingue "romanze" e l'arte "romanica" non sembra del tutto calzante. Il romanico non è infatti, come potrebbe apparire dal significato letterale del termine, una semplice traduzione in "volgare" o elaborazione dell'arte romana, non è un recupero della classicità dopo dei cosiddetti "secoli bui" alto-medievali, non sta al "romano" come all'"ellenistico" sta all'"ellenico". E' invece l'espressione di una società del tutto diversa da quella dell'impero romano, una società che si colloca storicamente nel momento della crisi del Sacro Romano Impero e del sistema feudale. Durante l'AltoMedioevo le difficoltà di sopravvivenza e di instabilità politica determinarono una grave caduta economica, culturale e demografica. Alcune città , come Carsulae, in Umbria, rasa al suolo dai Goti nel VI secolo, vengono abbandonate dalla popolazione in seguito alle distruzioni seguite. Finalmente con l'età di Carlo Magno, intorno al IX secolo stabilizzatosi il sistema politico feudale del Sacro Romano Impero, si assiste a una progressiva rinascita generale. La città va via via riacquistando un ruolo preminente, fra la fine del primo e l'inizio del secondo millennio il cittadino, il borghese con il suo lavoro, artigiano commerciale, accumula denaro, il denaro procura nuovo lavoro e quindi si moltiplica. Questo passaggio da un'economia agricola a una basata sul movimento del denaro porta alla crisi del sistema feudale. Nasce così il "Comune" un'entità politica autosufficiente che si costituisce come "Città-Stato", circondata da un territorio extraurbano più o meno grande. Nell'arte che esprime questa società comunale la materia inerte e opaca non è più simbolo dell'assenza di luce cioè di Dio, non è più peccato, anzi l'uomo si rende degno di Dio lavorando quella materia. A partire dal nono secolo si modifica la concezione artistica europea passando dall'astrattismo alla concretezza popolare legata al lavoro giornaliero. Per conseguenza sia l'arte dei secoli IX e X sia quella dei secoli XI e XII non nascondono la materia ma la evidenziano: le opere sono create dall'uomo per l'uomo, a dimensione umana, comprensibili, quasi tangibili. E' anche a partire dal XI secolo che si rinnova e si intensifica l'interesse per lo studio. In un primo momento, per l'impulso di Carlo Magno, sono le abbazie che si fanno veicolo di diffusione culturale. Più tardi, dal XII secolo, si aprono, in coincidenza con il sorgere delle autonomie comunali, le prime università che trasmettono la cultura al di fuori dei conventi, laicamente a studenti che provengono da ogni parte. Sembrerebbe più appropriato parlare di arte dell'età comunale piuttosto che di "romanica", ma non è del tutto corretto dato che non dappertutto, infatti, si afferma il libero comune. Nell'impossibilità di trovare una definizione più esatta, è meglio dunque conservare quella tradizionale purché non la si intenda alla lettera. La città romanica si sviluppa per lo più nel luogo stesso ove già esisteva il centro abitato romano. Ne conserva il tracciato, ma lo trasforma liberamente, a seconda delle esigenze senza obbedire ad un piano ordinato. La chiesa (cattedrale o parrocchiale) non è soltanto la casa di Dio, ma al tempo stesso il luogo di incontro per la collettività come lo era ad esempio a Firenze la chiesa di San Piero Scheraggio.

Architettura romanica lombarda

In Lombardia in modo particolare il romanico si afferma precocemente. Ne vediamo precorrimenti nell'abside di Sant'Ambrogio e in San Vincenzo al Prato di Milano o in San Pietro di Agliate. La Lombardia, per la sua posizione geografica ha stretto contatti con l'Europa settentrionale e al tempo stesso la pone in prima linea nella lotta contro l'imperatore. Al centro di questa lotta è Milano, uno dei comuni più attivi nel lavoro e nel commercio della Lombardia. Addirittura un cronista tedesco del XII secolo che narra le gesta dell'imperatore Federico elogia Milano come città illustre. Per queste ragioni la basilica milanese di Sant'Ambrogio esprime meglio di altre il significato dell'arte comunale. L'edificio sorge nel luogo di una precedente basilica della quale rispetta scrupolosamente la pianta: tre navate absidate senza transetto con quadriportico antistante. Il quadriportico ha perso la sua funzione iniziale non dovendo più accogliere masse di catecumeni perché tutti vengono battezzati alla nascita. La permanenza dell'atrio in Sant'Ambrogio non è però una meccanica riproduzione dell'antico schema basilicale. Il quadriportico assume un ruolo nuovo: è il luogo scoperto dove i cittadini si riuniscono per discutere i loro problemi, come in una piazza. Tutte le membrane del portico sono evidenti: le arcate, disegnate dalla doppia ghiera, le cornici sostenute da archetti pensili, i pilastri fiancheggiati da semicolonne e le sottili lesene. A questa chiara individuazione di ogni parte concorre la luce, che giungendo obliqua dall'alto, colpisce le sporgenze lasciando in ombra le rientranze. La facciata a due spioventi, detta "a capanna", larga, bassa, è tipicamente lombarda. Le arcate della loggi a superiore seguono l'andamento degli spioventi del tetto, alleggerendo la gravità della facciata. Varcato l'ingresso in Sant'Ambrogio., sono visibili tre zone: le navate e i matronei, dove sostano i fedeli; la cripta dove stanno le sacre reliquie dei santi e il coro, sopra la cripta, dove i monaci cantano gli inni in lode a Dio. L'interno della basilica ha misure pari a quelle del quadriportico. C'è una perfetta corrispondenza fra esterno ed interno e fra le varie parti dell'interno. Il rapporto di larghezza fra navata maggiore e minore, da due a uno, ci riporta alla tradizione, ma la concezione è profondamente diversa. Nell'architettura dei primi secoli cristiani lo spazio è unitario e l'impianto prospettico conduce direttamente verso l'altare. Qui, invece, tutto è suddiviso in settori, umano, concreto. L'elemento più appariscente è la sostituzione della tradizionale copertura con la volta a crociera in pietra e cotto. E' possibile, come è stato detto, che l'architettura romanica giunga a questa soluzione per evitare il pericolo di incendi anche se la spiegazione giustifica perché questa soluzione non fosse già stata adottata precedentemente. Perciò, rispetto alla crociera romana, i costolari romanici si staccano maggiormente dalle "vele", rendendo più evidente la loro funzione portante. Per la stessa ragione sono individuati e rilevati anche i quattro archi e i sei pilastrini verticali che sostengono gli uni e gli altri, accostandosi fra loro in modo da formare un "fascio di pilastri". Ai pilastri più sporgenti, si alternano quelli delle navate laterali e del matroneo. L'architetto di Sant'Ambrogio rende comprensibile l'edificio mostrandone l'ossatura, ragionata secondo precisi calcoli statici. Con grande coerenza tutto concorre ad esprimere questa concezione: anche il materiale edilizio e l'illuminazione. Il materiale è povero e locale: pietra, mattone, intonaco. Se la scelta era suggerita da ragioni economiche, vi sono almeno tre cause forse più importante. Innanzitutto la chiesa è costruita con lo stesso materiale che ha dato corpo all'intera città di cui è parte integrante. In secondo luogo la materia non è più considerata simbolo del peccato, ma del lavoro umano che la trae dalla natura. Infine lo stacco cromatico fra pietra e laterizio, fra pietra e intonaco, rende inequivocabili le rispettive funzioni architettoniche: in pietra con l'eventuale alternanza del cotto le membrature di sostegno, in mattone o in intonaco le parti prive di impegno statico. In Sant'Ambrogio non c'è posto per finestre sopra degli archi e il matroneo, affacciandosi sulla navata principale, occupa tutto lo spazio disponibile. La maggior fonte di illuminazione è offerta dai finestroni della facciata. La luce percorre perciò l'edificio longitudinalmente, illumina la faccia anteriore e lascia in ombra quella posteriore delle sporgenze, accentuano il risalto con effetti assai analoghi a quelli riscontrati nel quadriportico. L'illuminazione è dunque funzionale a tutta la concezione della basilica ambrosiana. Non la contraddice neppure la luce spiovente dalle finestre del tiburio, che resta limitata al cerchio sottostante. Nella chiesa romanica la luce è scarsa e contrastata, non è divina, è umana. Ogni campata è un organismo autosufficiente: le membrature che la costituiscono sono indispensabili staticamente, al tempo stesso, definiscono la forma. L'ambiente totale non è perciò unitario, risulta invece dalla somma delle singole campate, ed è misurabile: la ragione umana che si disperde quando gli spazi sono troppo ampi, riesce a dominarli se può suddividerli in spazi uguali. E' questa la ragione che modifica anche l'antica concezione prospettica. La Basilica ambrosiana assomma in sé tutte le caratteristiche dell'architettura romanica: riprende infatti la tradizione ma esprime la volontà concorde di una nuova società che si riconosce collettivamente nelle istituzioni comunali. Questo non significa che l'architettura romanica italiana si esaurisca con la Basilica di S. Ambrogio. A Pavia la chiesa di S. Michele riprende nell'interno l'impostazione di S. Ambrogio, ma è molto più snella; mentre la basilica milanese vive soprattutto nell'equilibrata e plastica distribuzione delle forze strutturali interne, questo ha il suo momento culminante nella grande facciata monofastigrata, una bella pietra color ocra, tripartita verticalmente da alti pilastrini in corrispondenza con la divisione interna delle navate, traforata da portali profondamente strombati e da finestrelle bifore, monofore e circolari, decorata da fasce scolpite sovrapposte, e percorsa, in alto da loggette che seguono gli spioventi del tetto 'a capanna'. Queste loggette diventano tipiche dell'architettura preromanica e padana, animando le superfici delle facciate. Qualche somiglianza con S. Michele hanno altre chiese pavesi, come S. Teodoro e S. Pietro un cielo aureo. A Como ,S. Abbondio a cinque navate presenta all'esterno due tori gemelli che affiancano la zona absidale secondo una soluzione, eccezionale in Italia ma comune in Germania. E' presente anche un verticalismo dell'interno, raro in Italia, comunque dei paesi settentrionali. Con questo non si vuol dire che l'architettura lombarda deriva da quella tedesca, ne si potrebbe affermare che siano gli artefici germanici a imitare quelli italiani. Gli uni e gli altri, li inseriscono in contesti totalmente differenti. Questi contatti confermano invece la circolarità della cultura europea e l'impossibilità di attribuire agli uni o agli altri eventuali priorità. Le precedenze nell'attuazione di un certo tipo di soluzione sono fittizie e spesso destinate ad essere smentite da studi successivi. Le novità vengono adattate quasi contemporaneamente ovunque perché sono il frutto di uno sforzo collettivo. Ne si devono considerare estero, rispetto a quelle che è oggi l'Italia, le attuali Germania o Francia ecc. almeno non più di quanto lo fossero allora, per esempio, Milano rispetto a Venezia, oFirenze rispetto a Pisa. Il concetto di nazione è solo di origine romantica, come l'idea della divisione dell'arte italiana da quella straniera e la ricerca nazionalistica di eventuali priorità.

 

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4. Siena

Lo sviluppo delle città.

Una parte della nuova popolazione, che non trova lavoro in campagna, si raccoglie nelle città: cresce così la massa degli artigiani e dei mercanti, che vivono ai margini dell'organizzazione feudale. La città fortificata dell'alto medioevo, a cui si addice il nome romano di borgo, è troppo piccola per accoglierli, si formano dunque davanti alle porte altri insediamenti, che si chiamano sobborghi e che presto diventano più grandi del nucleo originario. E' necessario costruire una nuova cinta di mura, che include i sobborghi e gli altri insediamenti fuori dal vecchio recinto. La nuova città così continua a crescere nello stesso modo, e costruisce altre cinta di mura sempre più ampie. In questa città la popolazione artigiana e mercantile, la borghesia, è fin dall'inizio in maggioranza e pretende di sottrarsi al sistema feudale, e di assicurarsi le condizioni per la sua attività economica: la libertà personale, l'autonomia giudiziaria, l'autonomia amministrativa, un sistema di tasse proporzionali al reddito e destinate a opere di utilità pubblica. La nuova organizzazione sorge all'inizio come associazione privata, poi si scontra con i vescovi e i principi feudali, e diventa un potere pubblico: nasce il comune, cioè uno stato con la legge propria, superiore alle prerogative delle persone e dei gruppi, sebbene rispettosa dei privilegi economici. Accanto al potere civile, il potere religioso dei vescovi e degli ordini monastici hanno ugualmente sede in città. Come arbitro fra i conflitti dei corpi politici e delle classi viene chiamato in certi casi un magistrato forestiero, il podestà. La città-stato medievale dipende dalla campagna per i rifornimenti di viveri, e controlla infatti un territorio, ma non concede parità di diritti agli abitanti della campagna. Resta una città chiusa: i suoi rapporti economici e politici possono essere estesi in scala nazionale o mondiale, ma la sua politica resta guidata dagli interessi ristretti della popolazione urbana. Anche questa popolazione non è un corpo unitario, la classe dominante rappresentata nei consigli si ampia progressivamente, ma non arriva a comprendere i lavoratori salariati; quando questi scendono in lotta per il potere il governo cade in mano a un gruppo di famiglie aristocratiche o ad una sola famiglia: dal comune si forma poi la signoria.

La colonizzazione del territorio agricolo

Lo sviluppo delle città promuove e affretta i cambiamenti nella campagna. La città mercantile importa viveri e materie prime ed esporta i prodotti dell'industria e del commercio. La campagna deve aumentare la produzione agricola: colonizzare nuove terre e sfruttare più razionalmente quelle già coltivate. L'antica organizzazione delle corti non è adatta a questi compiti anzi è messa in crisi perché si basa su un'economia autosufficiente; le corti ospitano ora un numero crescente di lavoratori liberi, venuti da fuori, e i proprietari fondano per loro le città nuove, nei terreni liberi ancora da bonificare e coltivare. Sebbene istituite dai proprietari delle corti, le città nuove non riproducono la stessa organizzazione: garantiscono la libertà personale dei lavoratori, hanno un governo autonomo e sono amministrate da un magistrato eletto. Imitano l'organizzazione municipali delle città-stato, anche se restano soggette alla legge feudale nel campo politico e giudiziario. Le città medievali hanno tutte le forme possibili, e si adattano liberamente a tutte le circostanze storiche e geografiche. Si possono elencare alcuni caratteri generali, da mettere in relazione con quelli politici ed economici descritti in precedenza. Le città medievali hanno una rete stradale non meno irregolare di quella delle città musulmane. Però le strade sono organizzate in modo da formare uno spazio unitario, in cui è sempre possibile orientarsi. Le strade non sono tutte uguali ma esiste una gradazione continua di arterie principali e secondarie, che sono solo semplici passaggi: tutte le altre si prestano a vari usi: al transito, alla sosta, al commercio, alle riunioni. Le case, a più piani, si aprono verso lo spazio pubblico e hanno una facciata che contribuisce a formare l'ambiante della strada o della piazza. Gli spazi pubblici e privati non formano dunque zone contigue e separate come nella città antica: esiste uno spazio pubblico comune, complesso e unitario, che si dirama in tutta la città e in cui si presentano tutti gli edifici pubblici e privati, con i loro eventuali spazi interni. Questo nuovo equilibrio fra i due spazi dipende dal compromesso fra la legge pubblica e gli interessi privati. Infatti gli statuti comunali regolano i punti di contatto fra lo spazio pubblico e gli edifici privati, e le zone in cui i due interessi si sovrappongono, come le sporgenze delle case. Una città abbastanza grande non ha mai un centro solo: ha un centro religioso, uno civile, uno o più commerciali con le logge e i palazzi delle associazioni mercantili. Queste zone possono essere in parte sovrapposte, ma la contrapposizione fra il potere civile e religioso è sempre più o meno marcata. Ogni città è divisa in quartieri, che hanno la loro fisionomia individuale, i loro simboli e spesso anche la loro organizzazione politica. Nel secolo XIII, quando le città diventano più grandi, si formano nei quartieri periferici alcuni centri secondari: sono i conventi dei nuovi ordini religiosi con le loro chiese e le loro piazze.

La torre del mangia

La torre é situata in una posizione dominante sulla città. Il suo nome deriva da Giovanni Di Duccio detto "Mangiaguadagni" o semplicemente "Mangia" che fu uno dei primi incaricati del comune di suonare le campane. La canna in mattoni fu innalzata dai fratelli aretini Minuccio Di Rinaldo e Francesco Naldi, sotto la direzione di Giovanni D'Agostino (1338-1348). Dopo una sottilissima cornice si innalza il primo coronamento in travertino, che reca due stemmi del comune con al centro il leone rampante, quindi la cella campanaria eseguita su disegno di Lippo Memmi (1341). La grande campana fu fusa nel 1665 e chiamata dai senesi Campanone o Sunto, perché benedetta col nome di Maria Assunto. La sommità della torre, alta 88 metri fino agli ultimi merli e 102 fino alla punta del parafulmine, e alla quale si accede attraverso il Cortile del Podestà. La torre é un edificio senese: famoso per la sua intrinseca bellezza e per ciò che esso rappresenta nell'unità architettonica della piazza. Quest'ultima costituisce la più alta testimonianza della prodigiosa fioritura artistica e culturale raggiunta nell'età dei Comuni, entro la cornice superba degli eleganti palazzi trecenteschi.

Il palazzo pubblico

All'interno del palazzo pubblico si presenta la Sala del Mappamondo, così chiamata da una mappa dipinta nel XIV secolo da Ambrogio Lorenzetti ed oggi perduta. Sulle pareti dei lati minori vi sono i due grandiosi affreschi della Maestà e del Guidoriccio da Fogliano entrambi opere di Simone Martini. Sopra le arcate che danno adito alla Cappella e al vestibolo si trovano affreschi e a monocromo e sui pilastri sono le immagini di Santi e Beati senesi. Simona Martini dipinse la Maestà nel 1315, ma solo sei anni più tardi dovette restaurare l'affresco perché rovinato dall'umidità. Sotto un baldacchino portato da otto apostoli siede in trono la Madonna col Bambino, circondata da angeli, santi e altri apostoli, mentre una larga fascia di venti medaglioni con figure di Cristo, profeti ed evangelisti incornicia la composizione; in basso, al centro, una figura a due facce rappresenta l'antica e la nuova legge e una medaglia riproduce il sigillo della repubblica. Nella parte opposta, in alto, si trova l'altro affresco di Simone Martini, raffigurante Guidoriccio da Fogliano vittorioso sui Castelli di Montemassi e Sassoforte di Maremma, che si erano ribellati a Siena nel 1328. L'opera, compiuta nel 1329, faceva parte di una serie di rappresentazioni dei Castelli caduti sotto la podestà della Repubblica senese, oggi perdute. Domina al centro l'immagine del condottiero che immerso nel fasto dell'abbigliamento di parata, altero e silenzioso si reca in passeggiata trionfale verso i castelli conquistati.

Sala della pace o dei nove

La sala é così chiamata perché sede del Governo dei Nove, questa sala ospita il più famoso ciclo di affreschi profani di tutta la pittura senese, opera di Ambrogio Lorenzetti (Siena, notizie 1319-1348?), dipinto tra il 1337 e il 1339. La grande rappresentazione di argomento politico, didascalico e morale si compone in tre parti: "Gli Effetti del Buon Governo in città e nel contado", "L'Allegoria del Buon Governo" e "l'Allegoria e gli effetti del Cattivo Governo".

Cappella

Adiacenti alla Sala del Mappamondo si trova una sontuosa cappella, chiusa da un elegante cancello di ferro battuto e stagnato, disegnato probabilmente da Jacomo della Quercia ed eseguito nel 1437 dai senesi Giacomo di Vita e da suo figlio Giovanni. Sovrasta l'altare in marmo del Marrina una bellissima tavola del Sodoma con la "Sacra Famiglia e San Leonardo", mentre le volte delle pareti della cappella recano affreschi di Taddeo di Bartolo, compiuti intorno al 1407 e rappresentanti gli Evangelisti, Dottori della Chiesa, vari profeti e storie della vita della vergine. Lungo le pareti della cappella si ammira un coro ligneo di ventuno stalli, che recano sulle spalliere altrettanti pannelli ad intarsio illustrati gli articoli del Credo. Opera di Domenico di Niccolò eseguita tra il 1415 e il 1428.

Sala di balia

Questa sala, divisa in due sezioni da un arco, prende il nome dal Collegio dei Magistrati di Balia é interamente ricoperta di affreschi. Le volte, fino alle cornici, furono affrescate nel 1407-1408 da pittore senese Martino di Bartolomeo che suddivise il soffitto in sedici vele triangolari e vi ritrasse, in ognuna, una Virtù a mezzo busto. L'arco che attraversa la sala ospita le figure dei Quattro Evangelisti e sei busti di Imperatori e guerrieri, mentre sui pilastri si trovano altre figure minori di Virtù. Sulle pareti e nelle lunette sopra l'arcone si svolge invece un'ampio ciclo di affreschi eseguiti nel 1408 da Spinello di Luca da Arezzo, detto l'Aratino, (1346-1410), e raffiguranti le gesta del pontefice Alessandro III, appartenente alla famiglia senese dei Bandinelli animatore della Lega Lombarda e vincitore di Federico Barbarossa. Dalla Sala di Balia, attraverso uno scalone, si può salire alla grande Loggia, aperta su quattro pilastri, dove sono conservati gli avanzi del Fonte Gaia del senese Jacomo della Quercia.

Sala dei pilastri

I due preziosi scomparti di predella raffiguranti :"San Bernardino che predica nel Campo", "la miracolosa liberazione di Genuzia dal demonio durante le esequie di San Bernardino", furono portati nel Palazzo Pubblico dalla Galleria dell'Accademia durante la prima metà dell'Ottocento e sono oggi conservati nella Sala dei Pilastri che si apre di fronte a quella della Pace. Ne é autore Neroccio di Bartolomeo Landi (1447-1500).

Simone martini

La maestà rappresenta la prima opera conosciuta dell'autore, dipinta direttamente all'interno del Palazzo dove aveva sede il governo della repubblica per rendere più manifesta la simbiosi fra città e chiesa. L'idea generale dell'opera deriva dalla Maestà del Duomo: la forma rettangolare nel senso della latitudine e la disposizione centrale della Madonna con ai lati le schiere celesti. Tutt'intorno è una fascia (decorata con tondi, dai quali si affacciano busti di santi e di figure allegoriche) che funge da cornice. E' larga, proporzionata alla vasta superficie dipinta. Lo spazio è concepito con un accenno alla profondità : a questo scopo la stessa piccola dentellatura che orla il bordo interno della cornice è posta in prospettiva, ed in prospettiva sono collocati anche il baldacchino, il trono, le figure. La nota dominante è un'astratta, nobile malinconia, espressa non soltanto dai volti ma anche, e soprattutto, dalla linea. Dopo il 1317, a Napoli, Simone dipinge per il re Roberto d'Angiò la tavola con Ludovico di Tolosa. L'intento del committente è politico. Ludovica d'Angiò nel 1296 aveva rinunciato al regno di Sicilia, a favore del fratello Roberto, per prendere i voti religiosi nell'ordine francescano. L'ascesa al trono aveva però suscitato molte polemiche: si era giunti persino ad accusare il nuovo re di usurpazione. Il quadro vuole dimostrare la piena legittimità del successone : il santo vescovo di Tolosa, ricevendo dagli angeli la corona celeste, passa quella terrena del fratello, inginocchiato al suo lato in guisa di committente. Forse tra il 1324 e il 1326 Simone affresca " Storie della vita di San Martino " nella Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi. Nella "Rinuncia alle armi" il pittore narra il momento in cui Martino abbandona la vita militare e decide di affrontare il nemico amato con la sola croce. Il fatto è ambientato in un luogo rupestre, davanti all'accampamento romano, mentre sullo sfondo si intravedono gli avversari. Le rocce fungono da "quinte" teatrali e dividono i due campi. Lo spazio è privo di consistenza, la montagne si arrotondano dolcemente, i personaggi appaiono quasi trasognati. Nel 1328 il condottiero Guidoriccio da Fogliano conquista per la repubblica di Siena i castelli maremmani di Montemassi e Sassoforte. Il governo dette incarico a Simone Martini di celebrare l'episodio affrescandolo su una parete della "Sala del consiglio " nel Palazzo Pubblico di fronte alla Maestà. E' persino possibile che Simone Martini si sia recato appositamente in Maremma per conoscere direttamente i luoghi dell'evento bellico, come farà nel 1331 quando, dovendo dipingere altri castelli, soggiornerà nelle zona da ritrarre " chon uno cavallo e uno fante ", per incarico del governo. Il paesaggio, stagliato contro l'azzurro, è vuoto di uomini, avvolto da un silenzio innaturale. Solo Guidoriccio passa, sognante, sul suo cavallo bianco. Ma non fa parte del luogo, non vive in esso : soltanto uno zoccolo del cavalo poggia in terra, l'altro è sul bordo della cornice. Uomo e animale sono soprammessi. Su tutto domina il tono poetico, cavalleresco, leggendario, e il rapporto netto dei colori giustapposti.

L'opera più nota di Simone Martini è "l'Annunciazione" .

Gli studiosi hanno rilevato in questa opera il rapporto spaziale che "unisce l'angelo avanzato in primo piano alla vergine arretrata", aggiungendo che " entro questo spazio si dispongono su diversi piani di profondità il ramo d'olivo, gli steli di gigli, non a caso leggermente inclinato verso la Vergine, il bracciolo del trono. Quale linea indicatrice di profondità dell'angelo alla Vergine si pone la scritta elegantissima " (Gozzoli). C'è in Simone Martini una continua trasposizione del reale nell'ideale che conferisce alle sue figure un aristocratico distacco dalla concretezza. Ad Avignone il poeta muore nel 1344. La sua presenza nella città provenzale è di fondamentale importanza per gli ulteriori sviluppi del gotico in Francia. Non bisogna dimenticare che dal 1309 al 1376 Avignone è sede della corte papale e perciò capitale del cristianesimo. Se si è chiamato Simone Martini a dipingere nella cattedrale di un luogo così importante , è certo perché la sua sensibilità è consona alla cultura gotica francese, che a sua volta ne trae spunto per accentuare il linearismo, la bellezza cromatica, la grazia, giungendo talvolta all'eleganza astenuata, fino a se stessa che, pur partendo, è lontana dall'intimo e commosso lirismo del grande pittore senese.

L'archittettura a siena

In Toscana nasce, fra Duecento e Trecento, un'altra grande "civiltà" figurativa, quella di senese. Siena è la "Civiltà del colore", della linea elegante, della raffinatezza decorativa.

Il palazzo pubblico

Il palazzo pubblico sorge sulla Piazza del Campo; di questa piazza occupa il lato inferiore, quasi collocandosi al centro della corda di un arco. L'edificio si compone di tre corpi : uno centrale più alto, i laterali, più bassi, disposti ad angolo ottuso. Tutto si alleggerisce elegantemente per le continue aperture, da quelle del piano terreno con il caratteristico arco "sbarrato" senese, alle fragili trifore dei piani superiori. Ma ciò che domina, come in tutta l'arte senese, è la raffigurazione "giustapposizione" dei colori.

Il duomo

Nel punto più elevato della città, già nel XII secolo, si era cominciato a costruire il "Duomo", in forme romaniche .Nell'interno, a tre navate, con crociere su pilastri "polistili", predomina la decorazione a fase dìcrome orizzontali. La facciata, progettata da Giovani Pisano, è stata iniziata da lui nella parte inferiore (1284-1296) con tre profondi portali, nicchie e statue. Nel 1339 si mutò radicalmente il progetto, pensando di trasformare l'edificio, già costruito, nel transetto di una nuova immensa cattedrale, che si sarebbe disposta perpendicolarmente alla vecchia. Al " Duomo nuovo " iniziato da Lando di Pietro, si lavorò per pochi anni. Poi (1357) ci si rese conto della fragilità di ciò che era stato edificato. Si decise perciò di rinunciare al progetto, si demolirono le parti pericolanti, si completò il vecchio Duomo. Di quello nuovo restano ancora ruderi grandiosi, sufficienti a farci intuire la vastità e lo slancio che avrebbe avuto la Cattedrale.

Museo dell'opera del duomo

Il Museo dell'Opera ha sede nelle prime tre arcate della navata destra del Duomo Nuovo. Costituito nel 1870 e in seguito più volte rinnovato, comprende opere d'arte create per l'abbellimento della Cattedrale e in seguito trasferite nel Museo. La raccolta comprende: oggetti in bronzo, in legno e in terracotta, oreficerie, ricami e miniature, tutte opere di inimitabile valore artistico che fanno di questo museo uno dei più ricchi e importanti d'Italia. Si trovano in esso alcuni famosi capolavori dell'arte senese e toscana eseguiti da Simone Martini e Pietro Lorenzetti, oltre ai due complessi che costituiscono la gloria di Siena e una delle più alte espressioni d'arte del mondo intero: le statue scolpite da Giovanni Pisano per la facciata del Duomo e la Maestà di Duccio di Buoninsegna. Al piano terra si trovano, tra numerose altre opere, frammenti di architetture e sculture della facciata e dell'ingresso del Duomo: plutei marmorei della scuola del Pisano, un fronte di sarcofago romano dell'età imperiale. Lungo le pareti sono le dieci statue scolpite da G. Pisano ( Maria di Mosè è forse la più bella delle dieci statue ) e rimosse dalla facciata del Duomo a partire dalla seconda metà del secolo scorso. Al primo piano si trova la Sala di Duccio, così chiamata dalla grandiosa e celeberrima Maestà in essa conservata. All'ultimo piano si trovano una sceltissima pinacoteca e il Saloncino dei Conversari.

Maestà di Duccio

La grandiosa pala della Maestà è il capolavoro di Duccio di Buoninsegna, il primo grande pittore senese. Con la Maestà egli conclude l'esperienza pittorica del '200 e si proietta giù nel nuovo secolo, tanto che dipenderà da lui la grande fioritura della scuola trecentesca senese. Concepita come omaggio alla madre di Dio, alla quale la città era particolarmente devota dopo la vittoria di Montaperti (1260), il monumentale dipinto, affidato all'artista il 9 ottobre 1308 e compiuto in circa tre anni, era stata fatta per ornare l'altare maggiore del Duomo, dove fu posto il 9 giugno 1311 e da cui fu rimosso due secoli più tardi. In seguito fu trasferito nel 1878 al Museo dell'Opera. Esso reca sulla faccia anteriore la Madonna in Trono con il Bambino tra due serrate schiere di angeli e santi in adorazione. Nella faccia posteriore, posta di fronte alla Maestà, divisa in 26 scomparti, sono illustrati episodi della Passione di Cristo, separati da una larga fascia mediana che segna una pausa tra le prime scene, nell'ordine inferiore, e le ultime, nell'ordine superiore. La grande pala era, in origine, ornata di una predella, con Storie dell'Infanzia di Cristo e della Vita Pubblica, e di un fastigio gotico comprendente 16 pannelli con Episodi della Vita della Madonna e di Cristo Risorto.

Duccio di Buoninsegna

Duccio di Buoninsegna (Siena, 1260-1318) è il primo dei grandi pittori senesi. Dopo le prime esperienze in patria, Duccio riceve, nel 1285, dalla Confraternita dei Laudensi di Santa Maria Novella a Firenze, l'incarico di dipingere una grande tavola raffigurante la Madonna, oggi identificata con quella detta Rucellai. Il trono, in prospettiva obliqua invece che centrale, è fragile, traforato, come se nel legno si aprissero finestrelle gotiche bifore e trifore, e la spalliera è rivestita da un magnifico drappo, ornato con crocette, e bordato, in alto, da un gallone d'oro. Gli angeli sono scalati in profondità: gli inferiori poggiati davanti alla predella del trono, gli intermedi ai lati, mentre i superiori, un po' arretrati, toccano lo schienale. Tuttavia il loro stagliarsi sul fondo dorato, la disposizione simmetrica, l'assenza di appoggio per quelli che stanno più in alto, tutto contribuisce a eliminare la sensazione di spazialità, facendoli apparire sovrapposti su un unico piano, anche se ciascuno ha una propria corposità. Anche nel Bambino c'è un accenno di esistenza concreta, che invece manca nel corpo della Madonna, completamente nascosto dal manto blu. Il manto della Madonna vive per la qualità del colore, disteso in superficie percorso dalla linea dorata dell'orlo, linea continua, mossa da curve e controcurve, priva di ogni rigore geometrico. Nella tavoletta con la Madonna dei Francescani gli accenti senesi si fanno prevalenti. Anche qui il trono, in prospettiva obliqua, è simbolo di una forma concreta. Ma su di esso la Madonna, distesa obliquamente, sembra quasi non sedere, offrendo un vasto campo azzurro bidimensionale, percorso dagli arabeschi dell'orlo del manto, la cui linea si è fatta sottile, acuta, come quella che circonda il corpo, che viene disposto in modo tale da non interrompere la continuità melodica, al punto che la mano destra della Vergine ne riprende l'andamento e lo trasmette alla parte inferiore. Lo schienale, sopra il quale si affacciano gli angeli, è ornato da un gallone dorato ondulato ed è formato da un parametro a formelle quadrate con croci.

Natività della vergine

Nella fase più tarda delle sue attività, Pietro Lorenzetti accentua il significato spaziale. Nella Natività della Vergine, le mattonelle del pavimento indicano le principali linee prospettiche convergenti verso il fondo, coerentemente con la disposizione della volte a crociera, con lo scorcio dell'intradosso delle finestre romboidali e con il disegno quadrettato della coperta.

Ambrogio Lorenzetti

La prima opera (1319) di Ambrogio Lorenzetti è una Madonna col Bambino dipinta per la chiesa di Vico l'Abate. Ambrogio, pur essendo senese, opera a Firenze, dove la sua presenza è documentata e dove deve aver vissuto. La Madonna di Vico l'Abate ha un impianto monumentale. Vi è la larghezza di superfici delineate nettamente e rivestite dia colori, e vi è una ieratica frontalità che sembra riallacciarsi piuttosto alle icone bizantine. Contrasta con la rigidezza della madre e con la fissità dei suoi occhi, la vivacità del figlio che, se non fosse per l'aureola, sembrerebbe un qualsiasi bambino. Questa interpretazione psicologica è moderna ed è gotica. La scena è vivacizzata anche dalla mobilità della linea che disegna Gesù e dalle tarsie dei colori brillanti. Non si può tacere l'importanza dell'accenno spaziale nel pavimento e nel sedile, visti dall'alto. Fra le molte opere del pittore, la più vasta e impegnativa è costituito dagli affreschi dipinti nella Sala dei Nove (così chiamata perché sede del governo dei Nove) del Palazzo Pubblico di Siena, con le Allegorie del buono e del cattivo governo. Gli affreschi hanno contenuto politico. Da un lato la tirannia, guercia e cornuta, che, circondata dai vizi, calpesta la giustizia. Dall'altro lato il governo senese, giusto e pacifico. L'affresco con il Cattivo governo è piuttosto rovinato e perciò non facilmente leggibile. E' invece in discrete condizioni l'altra allegoria dipinta su due pareti attigue: Il Buon Governo e Le conseguenze del Buon Governo in città e in campagna. Ambrogio ha rappresentato nella fascia superiore il Buon Governo nella persona di un vecchio saggio, vestito di bianco e nero (i colori dello stemma di Siena), seduto su un trono insieme alle virtù civili, mentre a sinistra la Giustizia. Nella fascia inferiore sono i ventiquattro consiglieri, gruppi di soldati e di prigionieri. Senza stare ad esaminare tutti i dettagli, basterà sottolineare che l'impostazione è tomistica nel senso della socialità naturale dell'uomo e della preminenza, sul bene individuale, del bene collettivo. Il concetto è espresso in un'iscrizione, la quale afferma che, dove regna la giustizia, gli animi uniti conducono al "Ben Comun". Dai due piatti della bilancia della Giustizia, due corde che, riunite nella mano della sottostante Concordia, scendono intrecciate ai ventiquattro consiglieri, i quali, tendedosi ad esse, si recano a rendere omaggio al monarca, volendo indicare che tutti i cittadini hanno una volontà unita nella ricerca del "Ben Comun", ossia sono concordes. L'allegorismo sembra invece scomparire nell'affresco con le Conseguenze del Buon Governo in città e in campagna. Da un lato è la città pacifica e operosa, con le case, le torri e i palazzi merlati, i muratori sui palchi intenti a costruire, le botteghe aperte, la scuola, nobiluomini e gentildonne a cavallo, fanciulle che danzano in ronda tenendosi per mano, muli con la pesante soma, una donna che reca sulla testa una grande cesta carica, un pastore che spinge avanti il suo gregge, seguito dal cane. Dall'altro lato, al di là delle mura e della porta, è la campagna, ordinatamente coltivata o brulla, animata da uomini e da bestie; dalla porta escono cavalieri che vanno a caccia, entrano contadini che recano il frutto dei campi; altri invece stanno lavorando: chi, in primo piano, dissoda il terreno, chi più indietro, miete il grano con i falcetti o lo batte con il bastone doppio. La città di Siena, rosseggiante di laterizi con il suo contado collinoso, visto dall'alto, a volo d'uccello, come in una mappa dell'epoca. Ma non è la documentazione della città che interessa: al di là di una mera riproduzione della Siena contemporanea, emerge il significato della sua vitalità e tranquillità. Il culmine dello sviluppo socio-economico di una città, ricca di movimento e di colori. L'affresco del Buon Governo è il più importante documento di pittura civile gotica. Ed è forse la prima volta che si rappresenta in modo così vasto e completo un panorama cittadino e campestre.

 

Indice

 

5. San Giminiano

Le origini

La storia di San Gimignano ha inizi lontani. Che in questa zona abitassero gli Etruschi è fatto innegabile: la presenza di reperti archeologici (tombe e suppellettili) nell'attuale centro storico, in molte località della campagna e nell'immediata periferia, ce lo conferma. E' evidente che, per quanto numerosi siano stati i ritrovamenti, essi non possono competere con quelli della vicina Volterra, la grande lucumonia alla cui ombra vivevano gli abitanti di questo territorio, i quali, seguendo la sorte dell'antica Velathri, finirono per diventare anch'essi romani. Il ricordo di praedia rustica (cioè delle proprietà rurali appartenute ai cittadini dell'Urbe) si conserva tuttora nei corredi funerari emersi dalle tombe di Monti, di Poggio alla Città, di Sovestro (località del distretto) e soprattutto nei toponimi (Racciano, Libbiano, Bibbiano, ossia fundus o podere di Orazio, di Livio, di Vibio). Sarebbe lecito supporre che anche il nome Geminiano indicasse una proprietà della famiglia Geminia. Gli scavi, dunque, hanno messo il luce la presenza di nuclei abitati e di conseguenti necropoli lungo direttici viarie di comunicazione tra Volterra e le zone interne a nord e a sud (Monteriggioni, Barberino, Certaldo, Fiesole). Questa ipotesi di insediamenti lungo le vie di transito si ripresenta con maggiore evidenza anche nell'alto e basso Medioevo, dapprima in epoca longobarda e franca e, successivamente, in età comunale: alla via Francigena infatti essa sarà legata, per secoli, l'evoluzione politica, economica e culturale di questa città e del suo distretto. Alla disgregazione dell'Impero romano, il nucleo abitato fu soggetto, come altri dell'antica Truscia, a subire invasioni e soprusi da parte di Ostrogoti e Bizantini soprattutto quando, nelle loro scorrerie lungo la penisola e nel corso delle loro interminabili guerre, essi devastavano campi e territori. Non è fuor di luogo, quindi, ipotizzare che il luogo venisse abbandonato e che i sopravvissuti a tante catastrofi fossero costretti a rifugiarsi altrove, in posti più sicuri e riparati. Manca, in effetti, una lineare evoluzione delle forme abitative: dopo l'età a cui possiamo far risalire i reperti archeologici venuti alla luce in ordine sparso, non si ha traccia di continuità fino al X secolo.

La toponomastica

Anche la denominazione di questo luogo non è stata sempre identica: si parla di un luogo chiamato Silvia, il cui nome, legato con molta approssimazione a fatti leggendari, potrebbe invece riferirsi al colle boscoso sul quale abitò un'esigua comunità agricola, qui convenuta dal fondovalle per meglio difendere la propria incolumità, intorno al V-VI secolo. La toponomastica ci viene nuovamente in soccorso: alcune vie portano tutt'oggi nomi evocanti aree boschive (Prunello, Piandornella, Quercecchio, i Mori,Corbizzo) e non è da escludere che un "oppidum Silvianum" si affiancasse a un precedente "oppidum Geminianum" che ritroviamo poi preceduto da un "San" e trasformato quindi in San Gimignano. In che modo? Secondo la leggenda, il luogo avrebbe cambiato nuovamente il proprio nome, allorché il santo vescovo di Modena, Geminiano, avrebbe salvato il borgo dalle onde barbariche. Ma altre tradizioni non mancano: appare difficile, per la totale assenza di documenti locali, appurare la verità. Tuttavia, sembrerebbe più logico pensare che soltanto la devozione popolare verso quel vescovo, instancabile viaggiatore, dovunque accolto come pellegrino di salvezza, i cui miracoli e la cui fama potevano essere stati diffusi attraverso i racconti dei pii romei, sia stato elemento determinante per giungere a dedicare questo nuovo oppidum al San Gimignano esistito intorno al V secolo. Se il mutamento del nome di questo agglomerato di case da Silvia in San Gimignano sia avvenuto sotto i Longobardi che, qui transitando, certamente vi posero stanza fin dal VI secolo (come ci confermano usi germanici tramandati per secoli, quali il rito di nozze o l'abitudine dei capi a sedersi per decidere sotto l'olmo, simbolo di concordia, che cresceva nell'attuale piazza della Cisterna, o alcuni nomi di persone, luoghi o cose di chiara tradizione longobarda conservatisi a lungo nelle nostre campagne), non ci è dato sapere con certezza. Ci muoviamo nel buio. Ogni ipotesi potrebbe essere verificata solo se qualche documento ancora sconosciuto venisse un giorno alla luce. Ritorniamo dunque alla prima indicazione sicura. Il nome di San Gimignano appare ufficialmente nel 929; ci toglie ogni perplessità di privilegio accordato da Ugo di Toscana (uno dei tanti feudatari salito alla ribalta politica dopo il crollo dell'Impero carolingio) ad Abelardo, vescovo di Volterra, al quale vengono riconosciuti tutti i diritti su un poggio "qui dicitur turris, prope Sancto Geminiano...".

L'Alto Medioevo

L'esatta ubicazione di questo monte appare alquanto controversa, ma conviene accettare l'ipotesi per ora più credibile che il poggio della Torre si identifichi con la zona di nord-est, dove il vescovo costruì un castello con ponte levatoio per venirvi periodicamente ad abitare e ad affermarvi il proprio privilegio di riscuotere il fodrum, termine con il quale i Longobardi indicavano tutte le prestazioni in natura, dal foraggio agli alloggi, dovute ai funzionari nel corso dei loro viaggi. Da questo castello (oggi penitenziario), ha inizio la via detta del Castello che attraversa il paese in direzione est-ovest fino alle piazze e che si ricongiungeva un tempo, lungo il lato sinistro della chiesa, all'area di Montestaffoli, dove si tenevano i mercati. Il potere del vescovo su questo nucleo di case fu indiscusso per circa un secolo, ma non fu indenne dagli attacchi sferrati contro di esso dai feudatari del contado, fossero essi di origine italica o longobarda o franca, signori dei castelli di Pulicciano, Picchena, Montauto, Casaglia, Mucchio, Foci, e dai monaci delle molte badie del territorio le quali, fondate sulle proprietà feudali, erano a esse legate da uno stretto rapporto di dipendenza. L'ansia di questi vassalli (molti dei quali già possedevano case nel più antico abitato, tra il castello del vescovo e le proprietà del longobardo Astulfulo in Montestaffoli, tagliato dalla strada più frequentata del Medioevo) di sostituirsi all'autorità episcopale del borgo, trovò favorevole appoggio nella ribellione di Volterra allo stesso allo stesso vescovo; rivolta che nel 1042 portò quella città all'elezione dei primi consoli. Anche se la lotta dei feudatari sangimignanesi contro il vescovo non si esaurì in breve arco di tempo, tuttavia già intorno al 1100 risulterà un regime consolare che a lungo coesistette o combatté con il potere vescovile al quale talvolta si appoggiò o che sconfessò, a seconda dei vantaggi che ne avrebbe potuto ricavare.

La fase comunale

La lotta tra feudatari sangimignanesi e vescovo, fu sottolineata da quattro fasi alterne, ma questo non impedì che, sul finire del XII secolo, nel nucleo abitato già esistente, si verificassero ampliamenti, che nuove case in pietra sostituissero a molte delle capanne, che una vita comunitaria si svolgesse sulle tre plateae centrali, destinate rispettivamente alle taverne e alle locande, all'esercizio del potere politico e religioso e alle attività economiche, e che a proteggerlo sorgesse il primo cerchio di mura. Ai primi ordinamenti consolari che avrebbero regolato la vita di quella nuova società comunale si affiancarono ben presto tutte le iniziative diplomatiche tendenti a garantirsi alleanze e protezione contro occasionali avversari, nonché tutte le azioni belliche destinate ad affermare il predominio della nascente città sul contado e la giurisdizione sui beni feudali sottratti ai conti, marchesi e gastaldi e assai spesso ai cattani. Intensificatasi nella prima metà del XIII secolo la lotta con i comuni limitrofi, particolarmente con Volterra, aumentò l'afflusso di coloro che chiedevano asilo in questa città. Prima del 1230, il Comune si era già appropriato di aree oltre la prima cerchia e aveva concesso, con le clausole dai primi statuti del 1222, dall'Instrumentum franchezze murandi del 1215 e dal successivo Constituto del 1255, ospitalità ai richiedenti, permesso di costruire e diritto di cittadinanza: i nuovo borghi di San Giovanni e di San Matteo, vennero dopo alterne vicende, definitivamente protetti nel 1262 dal secondo cerchio di mura. Potenza e ricchezza caratterizzarono la vita della città per più di due secoli: all'originaria aristocrazia feudale si era sostituita una borghesia attivissima e ingegnosa, favorita dallo scorrimento attraverso il castrum vetus e il castrum novum di quella rinomata arteria di traffico, di cui parlavano già alla fine del X secolo le memorie dell'arcivescovo Sigeric di Canterbury, che da Roma conduceva attraverso l'alto Lazio o la Toscana senese e pisana fino al passo di monte Barbone che oggi è la Cisa. Tale passo detto anche Mons Longobardorum era l'unico controllato dagli stessi Longobardi e permetteva ai viaggiatori di avventurarsi nella pianura padana e poi oltralpe verso le grandi fiere della Champagne o delle Fiandre, mentre dopo la foce del Magra, lungo la costa, si poteva raggiungere il porto di Marsiglia e Avignone oppure il santuario di Compostella; procedendo a sud di Roma, si raggiungeva la Puglia e di lì i porti d'Oriente o il Sepolcro di Gerusalemme. Un'arteria, quindi, che non fu solo portatrice di ricchezza, ma fu anche portatrice di cultura, via di transito qual era per clerici vagantes e romei, istrioni e poeti, papi e cardinali, monaci, artisti e artigiani e gente diretta lontano o proveniente da altrettanto lontano. A tanto fermento dunque non potevano restare insensibili i governanti: fin dal 1270 il Comune di San Gimignano si era incaricato di contribuire al salario dei maestri che nobili e mercanti avevano già assunto per i propri figli, non solo "Terra bonis viris prosperetur", ma anche perché. destinati a succedere al padre negli affari, avessero scienza e conoscenze: sapessero cioè di abaco, grammatica e diritto. Non trascurando gli elementi architettonici e artistici appresi direttamente nei lunghi viaggi, si dava ospitalità ai maestri lombardi e borgognoni, ai legnaioli, ai lavoratori della pietra, ai pittori: nel 1303, il Comune affidava ufficialmente a Memmo di Filippuccio la prima pubblica "bottega d'arte". Il Comune, dunque, appariva ricco di iniziative e di mezzi: la sua economia agricola era già specializzata nella coltura della vernaccia, del vin greco e del croco su tutto il territorio, valorizzato da una costante attenzione alla manutenzione delle strade, delle fonti e dei mulini; la sua economia mercantile veniva rafforzata dalla presenza nei centri di scambio interni e stranieri dei propri intraprendenti cittadini, i quali (proprietari di palazzi e di torri, di navi e di fondachi) non solo in Italia esportavano e importavano in collaborazione con gli artigiani e i produttori locali, riuniti nelle "Corporazioni delle Arti". A tanto vigore economico, tuttavia, spesso non corrispondeva altrettanta sicurezza politica: anche San Gimignano, come tutti gli altri Comuni di quel tempo, non risultò quasi mai immune dalle risse fra fazioni opposte, fatta eccezione per quel periodo in cui furono visti sedere insieme sugli scranni al governo della città guelfi e ghibellini. Inoltre la terribile peste del 1348, il successivo spopolamento sia del castrum vetus sia dei borghi cittadini, sia, con più tragiche conseguenze, della campagna, che indusse ad una inevitabile carestia, gettarono San Gimignano in una crisi economica-politica di tale portata che si ritenne opportuno ovviarvi con la definitiva, benché contrastata, sottomissione a Firenze avvenuta solo pochi anni più tardi nel 1353. Coloro che si erano dimostrati favorevoli a tale decisione, ritenevano che Firenze, grande Comune in rapida espansione, potesse garantire protezione e sopravvivenza a un Comune come San Gimignano, che si era mantenuto fondamentalmente guelfo, anche se i traffici sangimignagnesi, grazie alla via Francigena e alla presenza del mare in quella zona, si erano orientato prevalentemente verso il territorio di Pisa. I fatti, tuttavia, smentirono ben presto questa fiducia.

La fase fiorentina

Costretta ad una dipendenza brutale, soggetta a gravami fiscali di ogni genere, a forniture di cavalli, di alloggi, di truppe, obbligata a consistenti omaggi dei propri beni, l'orgogliosa città subì l'umiliazione di vedersi ridotta a semplice terra di contado, tanto più che Firenze era riuscita ad avere il controllo anche dei traffici valdelsani, spostando il percorso della via Francigena sul fondovalle in conseguenza della bonifica della piana dell'Elsa, che consentiva un itinerario meno tortuoso e più rapido, al riparo da ogni sorpresa e da possibili attacchi, poiché tutta la Toscana centro-settentrionale si avviava a diventare dominio fiorentino. Emarginata dalla più transitiva via di comunicazione, San Gimignano perse ogni importanza e i secoli d'oro della sua storia si trasformarono in secoli bui. Solo chiese e conventi, che beneficiarono dell'eredità talvolta cospicue lasciate da chi, rimasto senza eredi, pensava ormai esclusivamente a salvare la propria anima, davano con la loro presenza una fisionomia del tutta particolare alla città, scivolata in una desolata rassegnazione di fronte agli eventi. All'arte senese, che aveva caratterizzato il 13° e 14° secolo, all'architettura pisana e lucchese, si era sostituita, di pari passo con la soggezione a Firenze, l'arte rinascimentale. La seconda fioritura della città fu, infatti, soltanto artistica. Esclusivamente in tale settore si qualificarono i conventi e le chiese che, pur lasciando ai posteri pregevoli testimonianze d'arte, non riuscivano d'altra parte a rendere produttive le proprietà fondiarie di cui erano venuti in possesso. Dove la vita politica ed economica era morta, nacque la vita culturale: accademie, biblioteche, tenzoni letterarie, dotta erudizione, studi umanistici e scuole. Ma nient'altro. Eppure, quella che allora sembrò, giustamente, una sventura, si è in fin dei conti trasformata in fortuna: che cosa sarebbe oggi San Gimignano, se il Comune non avesse subito quel tracollo? Probabilmente un paese come i tanti, dove restano una o due testimonianze del passato, sicuramente interessanti, ma ridotte al rango di isolati musei al di fuori di un contesto omogeneo, soggette alle esigenze della vita contemporanea che impone ineluttabili variazioni anche nel tessuto urbanistico. I secoli più bui hanno lasciato questa città inalterata nella sua struttura e nelle sue linee architettoniche. Certe strutture, che ci appaiono oggi ripristinate, restaurate, talvolta ricostruite con eccessiva indulgenza verso l'antico a tutti i costi, o, infine, sacrificate ai canoni di una maniaca e manieristica riesumazione, nacquero in tutt'altro modo e con tutt'altra veste. Nonostante queste pecche, dovute assai spesso ad un eccesso di umanistica erudizione, l'atmosfera è ancora quella di sei, sette, secoli fa, e l'insieme dà a San Gimignano un'impronta inconfondibile. Sulle ceneri di un'economia mercantile distrutta e di una economia agricola immiserita, oggi ha potuto trovare spazio un'economia turistica che ogni anno chiama tanti visitatori quanti ben poche altre città di queste dimensioni possono permettersi di richiamare.

L'arte di San Gimignano

Percorrendo la superstrada da Firenze in direzione Siena, poco prima di Poggibonsi, ecco apparire San Gimignano con le sue 14 torri superstiti segno tangibile di città medioevale. Sviluppato su tre crinali di un poggio domina la Valdelsa, in una zona ricca di siti antichi e certamente abitata dagli Etruschi. La sua formazione storica è strettamente legata all'ubicazione di San Gimignano sulla via Romea, o Francigena, che collegava Roma con i paesi d'oltralpe, asse di primaria importanza nei secoli IX e XII e nella quale confluisce, proprio all'interno del paese, la via Pisana. Il nucleo originario si può individuare tra il Poggio della Torre, sede vescovile, e Montestaffoli, sede del primo potere civile. L'importanza di San Gimignano come centro commerciale è testimoniata dal fatto che nel IX secolo il vescovo di Volterra vi istituisce un mercato settimanale, nel 949 viene designato come "borgo" e nel 998 viene racchiuso entro mura, includendo anche un tratto della via Romea. Detta cinta si apre, in direzione trasversale, a est nella Porta di S. Stefano in Canova e a ovest nella postierla di Montestaffoli, oggi distrutta. Tra i secoli XI e XII il vescovo accresce il patrimonio fondiario favorendo così il processo d'inurbamento. Nel 1056 inizia la costruzione della Collegiata, una delle prime opere pubbliche realizzate. Lungo la via Francigena si formano due borghi extramurari S. Giovanni e S. Matteo. Nei secoli XII e XIII il potere vescovile si scontra, dapprima con la feudalità e poi con il comune, che nel 1199 si affranca dalla sua influenza. Nel 1207 la seconda cerchia muraria include anche i due borghi di S. Matteo e S: Giovanni. La struttura urbana resta così impostata su due direttrici principali intersecantesi a croce. Dopo la costruzione delle mure si favorisce l'inurbamento con franchigie e si permette al primo ordine mendicante di costruire la chiesa e il convento di S. Francesco (1247). Le costruzioni si moltiplicano, soprattutto lungo l'arteria principale, dove i piani terra degli edifici sono adibiti a botteghe e fondaci. Nonostante le lotte, interne fra guelfi e ghibellini, e con Volterra; San Gimignano potenzia la sua ascesa mercantile e si afferma come forte produttore di zafferano (coltivato in Valdelsa). Il comune continua la sua crescita interna; nel 1227 conta 7000 abitanti, entro la prima metà del secolo l'edilizia pubblica è in forte espansione: nel 1239 viene ricostruita la facciata della Collegiata da un maestro Brunisemd e costruito il Palazzo del Podestà nella piazza Duomo, la chiesa di S. Lorenzo (1250) e nel 1251 il borgo di Montestaffoli è inserito nel perimetro murario. Dopo la morte di Federico II (1250) il Comune cade in mano guelfa e sotto la protezione di Firenze che, per paura di un intervento pisano, abbatte le mura. Il governo guelfo porta una serie di riforme civili: nel 1255 vengono redatti gli Statuti comunali le cui norme regolano l'urbanistica e l'edilizia. L'espansione economica ed edilizia continua. Nel 1261 con la riconquista del potere da parte dei ghibellini, dopo la battaglia di Mortaretti, si ricostruiscono le mura e fuori Porta Quercecchio viene eretto il convento di S. Chiara. La ricchezza del ceto mercantile è in ascesa, testimoniata da ben nove hospitatores per mercanti nel centro, da un proliferare di torri che vengono costruite quasi a gara in città con la massima concentrazione nel quartiere di piazza. Nel 1288 viene costruito il nuovo Palazzo del Popolo o del Comune a completamento della piazza della Collegiata. Il palazzo ha dimensioni corrispondenti a quelle della facciata della chiesa e l'angolo tra le due costruzioni è occupato dalla Torre Grossa (1298), di cui il Podestà costruisce l'ultimo tratto ponendovi il proprio stemma. E' questo l'ultimo intervento urbanistico rilevante promosso dalla municipalità. Nel nuovo secolo continuano le costruzioni edilizie legate all'ingresso di nuovi ordini religiosi, ma a seguito delle lotte tra le grandi famiglie, fra guelfi e ghibellini il potere civile s'indebolisce e determina una depressione economica aggravata da anni di carestia che impedisce nuove iniziative edilizie. La peste, che nel 1348 colpisce la città riducendone gli abitanti da 13000 a 4000 e il forte debito pubblico spingono, alla fine, la città a sottomettersi a Firenze. Da questo momento inizia l'inarrestabile declino di San Gimignano, da cui emergono solo le iniziative della chiesa, che può ancora investire in opere edilizie, fino al XV secolo. Dal XV secolo nessuna iniziativa, che non sia di carattere difensivo, viene prevista per la città e questo "congelamento" è pressoché completo fino al XIX secolo. Unica eccezione è l'obbligo fatto nel 1674 a tutti i proprietari di torri diroccate di restaurarle per rispetto della "grandezza della terra". Il definitivo arresto dello sviluppo di San Gimignano è decretato anche dai mutamenti territoriali del secondo 800 e dalla sua esclusione dai processi di crescita economica dei centri del fondovalle con costruzione di infrastrutture e soprattutto con l'apertura della linea ferroviaria Siena-Empoli. San Gimignano si è caratterizzato come metà turistica portando l'economia dall'agricoltura tradizionale alla valorizzazione del turismo e dell'artigianato con esso legato. Il centro è interessato da un decreto di tutele e conservazione tale da renderlo un vero e proprio "territorio storico". Con la sua improvvisa e precoce decadenza economica, San Gimignano, ha conservato l'unità organica del suo tessuto medievale.

Itinerario di visita

Percorrendo a piedi l'asse principale dell'antica via Francigena (vie s. Giovanni e Matteo) si possono vedere varie tipologie edilizie: ospizi, piccole chiese, i fondaci e dopo aver varcato le cinta muraria più antica, le due piazze comunicanti (Piazza della Cisterna e del Duomo) dove si realizzala massima concentrazione delle opere pubbliche e private. In questo percorso si concentrano varie tipologie residenziali della città medievale: torri e case-torri, casette a schiera e palazzi signorili con una ricchissima alternanza di motivi strutturali e decorativi, propri dell'architettura toscana e con influssi orientalizzanti. Si entra in città da Porta S. Giovanni con il caratteristico arco ribassato senese sormontato dalla guardiola; sulla sinistra la chiesetta barocca di S. Maria dei lumi. Nel primo tratto sono da notare i resti della chiesa di S. Francesco (facciata romanica con influenza pisana), il trecentesco palazzo Pratellesi (muratura a conci di calcare ed eleganti bifore), l'alta torre Cugnanesi e quella dei Becci addossata all'omonimo arco attraverso il quale si entra nelle due piazze della Cisterna e del Duomo. La prima ha invaso di forma triangolare e conserva la pendenza originaria del terreno. Sul lato ovest torre e palazzo Pellari e torri gemelle degli Ardinghelli; di fronte , accanto a quelle che furono le case della potente famiglia Cattani, la torre Lupi detta del Diavolo; sul lato opposto torre e palazzo Cetti, palazzo Tortoli e la torre mozza che fu del Capitano del popolo. La piazza, antica sede del mercato e di feste e tornei, ha pavimentazione di cotto a spina di pesce parzialmente conservata. Sull'adiacente piazza del Duomo si affacciano i principali edifici pubblici a sviluppo verticale. Sul lato destro della Collegiata il palazzo Comunale con la torre Grossa. Sul fronte opposto si eleva il palazzo del Podestà con la torre Rognosa e la torre Chigi già Useppi. La Collegiata è una costruzione romanica (sec. XII) in seguito modificata. La facciata è caratterizzata dall'assenza di un portale centrale; l'interno è a tre navate a vela ed è stato rimaneggiato nella metà del XV secolo; è ricco di opere d'arte, tra cui sono da ricordare i cicli pittorici del "Nuovo Testamento" di Barna da Siena e del "Vecchio Testamento" di Bartolo di Fredi e la bella cappella di S. Fina opera di Giuliano e Benedetto da Maiano (1468), affrescata da Domenico Ghirlandaio. Il Palazzo del Popolo, dal pittoresco cortile, ospita la Pinacoteca civica che comprende opere di scuola senese e fiorentina di notevole interesse. Dall'alto della torre suggestivo panorama. Attraverso l'arco di S. Giovanni si accede a piazza Pecori con l'austero palazzo della Propositura sulla cui facciata si notano bifore e la muratura a conci di pietra. Nell'edificio accanto all'arco è ospitato il Museo di Arte Sacra con oggetti provenienti dalla Collegiata e da altre chiese della zona. Proseguendo si osserva una straordinaria sequenza di edifici medioevali: le torri gemelle dei Salvucci, la torre Pettini, dopo il doppio arco della Cancelleria (antica porta della prima cerchia di mura), l'omonimo palazzo, la chiesa di S. Bartolo (facciata romanica in laterizio e archi in forme pisane), la casa-torre Pesciolini con due piani di bifore a pieno centro. Proseguendo s'incontra palazzo Tinacci, composto dalla fusione di due edifici, uno con aperture di diversa grandezza al piano terra, una per l'accesso all'abitazione, l'altra al fondaco. Proseguendo fino alla porta S. Matteo (1262 forme senesi) e di qui a destra per via Cellolese di arriva alla piazza S. Agostino con l'omonima chiesa di costruzione romanico-gotica della fine del XIII; ha semplice esterno in laterizio ed interno a navata unica con tre cappelle gotiche absidali. Nel presbiterio la grande tavola di Pietro del Pollaiolo. Il chiostro è quattrocentesco. All'angolo opposto la chiesetta romanica di S. Pietro. Seguendo via Marconi, via delle Romite si giunge all'arco di Goro, antica porta S. Stefano in Canova, varcata la quale sulla sinistra è il portale quattrocentesco di quello che fu il convento di S. Domenico; all'angolo con la via Castello c'è la chiesa di S. Lorenzo in Ponte con facciata romanica pesantemente restaurata nel 1929, accanto le case Salvucci e di fronte quelle Franzesi. Proseguendo si ritorna in piazza Cisterna. Da qui per via Quercecchio si giunge ai resti della fortezza di Montestaffoli, dove, dall'unico torrione superstite si gode di un'eccezionale vista delle torri.

 

 

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6. Monteriggioni

 Monteriggioni : m 274, ab. 6835, km 14.5 seguendo la Via Cassia verso Firenze, caratteristico borgo su un'altura, costruito dai Senesi ai primi del sec. XIII come avamposto contro Firenze. Conserva intatta la cerchia tonda delle mura duecentesche, che hanno uno sviluppo di 570 m e sono munite di 14 torri quadrilatere (le ricorda Dante nell'inferno, XXXI, 40-44.[A]

Documenti non ce n'è : tuttavia la tradizione assicura che tra gli ammiratori di Monteriggioni ci fu Dante Alighieri : il quale, in questo castello dalle quattordici torri alte ai suoi tempi oltre venti metri, avrebbe avuto molte soddisfazioni, ma anche una notizia tremenda. Tra le prime ci possiamo mettere qualche buon pranzo a base di cappone d'Alemania, la cui ricetta diceva : "Empi un capponcello d'anno con carne di porcello trita e agliata e zenzero e pepe e sale, poi lo ungi con lardo e lo poni in arrosto" ; la "agliata" era una salsa fredda a base di aglio, cipolla e prezzemolo con aggiunta di olio, pepe, sale e latte. Il tutto ben innaffiato da un favoloso rosso locale e forse anche dal "vin greco", un bianco liquoroso introdotto in Valdelsa nella prima metà del Duecento, quando il vitigno arrivò dalla Grecia. Un giorno del gennaio 1302, però Dante per poco non ebbe un coccolone per la drammatica notizia che un amico appena arrivato da Firenze gli sussurrò. Il tribunale aveva accusato lui e il poeta di baratteria, concussione e opposizione al papa e a Carlo di Valois ; perciò, dopo averlo condannato a una grossa multa e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, lo invitava a discolparsi. Un quarto d'ora più tardi, Dante cavalcava fuggiasco ed esule per sempre ; né avrebbe mai più rivisto la sua Firenze, che il 10 marzo, non essendosi egli presentato, lo condannò addirittura al rogo ; né avrebbe mangiato più i capponcelli di Monteriggioni ; né avrebbe rivisto più le belle torri, rimastegli nel cuore e nella fantasia tanto che le eternò nei famosi versi dell'Inferno :

"Però che, come sulla cerchia tonda

Monteriggioni di torri si corona

così 'n la proda che 'l pozzo circonda

torreggiava di mezza la persona

li orribili giganti, cui minaccia

Giove dal cielo ancora quando tuona".

 L'aneddoto, verosimile anche se non documentato, dà un'idea della suggestione che questo castello offriva e che derivava anche da un fatto visivo curioso, tuttora verificabile, cioè che "le torri appaiono come un miraggio agli occhi di chi capita da queste parti ; specie qualche ora dopo il sorgere del sole, quando un singolare effetto di controluce cancella il paese lasciando visibile, sullo sfondo chiaro del cielo, solo il profilo della mura turrite". Intendiamoci, capponcelli e miraggio sono cose di contorno o di ornamento ; e certamente lo erano per i Senesi quando, nella seconda decade del 1200, decisero di acquistare dai signori di Staggia il poggio di Monteriggioni per costruirvi un fortilizio contro le mire degli stramaledetti Fiorentini. Si entra così in un periodo di liti, di battaglie e di guerre a dir poco romanzesche. Difatti, non appena si seppe dell'acquisto di quella terra da parte dei Senesi, ecco le ire, in realtà sacrosante, del vescovo di Volterra, che del luogo era padrone legittimo ; e quelle altrettanto apocalittiche dell'abate della Badia a Isola, che sorgeva lì vicina. Ma i Senesi, si sa, sono gente fina ; e sia il vescovo sia l'abate, pur avendo mille ragioni, o almeno cento, dovettero ritornare alle loro orazioni. A questo punto, però, i Fiorentini rialzarono la testa e, sentendo puzzo di bruciato, proposero ai Senesi di far pace : a condizione, siamo nell'anno 1232, che venisse distrutto il castello di Monteriggioni e quello vicino di Cerreto, baluardo, per loro, non meno infido. Non se ne fece nulla, e i due castelli rimasero lì, anzi vennero ingranditi e potenziati e riconosciuti sempre più importanti ; così che ai primi del 1300 troviamo Monteriggioni governato addirittura dai vicari cittadini e nel 1380 organizzato e guidato secondo statuti propri. Naturalmente furono tempi ringhiosi, con battaglie violente, tradimenti perfidi, guerre terribili : anche se non si capisce come tutti quei guazzabugli e quelle irediddio fossero possibili, quando la città di Siena e tutto il suo contado contavano, messi insieme novantasettemila abitanti. Ma lasciando da parte leggende e interpretazioni di quel pur convulso periodo medievaltoscano, cerchiamo di vedere come fosse questo grande castello, questo territorio avamposto senese chiuso nel petrigno anello delle sue "mura urbiche". Non molto è cambiato nella fisionomia muraria, anche se le quattordici torri sono state "scapezzate" e non hanno il tetto sostenuto da colonne, che avevano quando erano nuove. Se ne trova una descrizione tecnica nel volume I castelli del Senese pubblicato dal Monte dei Paschi di Siena, dove infatti si legge che "il Castello occupa la sommità di una collina e probabilmente la sua forma tra ovale e circolare, con un asse massimo di circa 180 metri, è strettamente determinata dall'andamento del terreno ; dalle mura sporgono quattordici torri quadrilatere, aperte dalla parte interna e abbassate a livello delle mura, ma in parte rialzate in un restauro recente ; lungo tutta la cinta muraria, che è di 570 metri, corre un cammino di ronda, che attraversa, mediante porticine, le torri rialzate ; l'acceso avviene per mezzo di due porte, situate alle estremità dell'asse maggiore e collegate da una strada diritta : quella a sud-est, verso Siena, è aperta nella basse di una torre, mentre quella a nord-ovest, verso Firenze, è accanto ad un'altra". Certo, pur ammirando il castello di Monteriggioni così com'è oggi, con la sua chiesa, la pieve romanico-gotico di Santa Maria, le sue case, i suoi locali famosi per minestre e minestroni e tutto il resto ; pur ammirando una realtà che ci riporta ai giorni di Dante Alighieri, bello sarebbe sapere e vedere come si viveva veramente a quei tempi tra queste mura. Non è possibile, e si rischia di cadere in un bozzettismo da mediocre film ; perciò ci limiteremo a ricordare che questi castelli erano destinati non solo a difendere la popolazione, ma specialmente a ospitare la truppa e che quindi c'erano abitazioni, perlopiù capanne di legno e paglia, e molti stanzoni per i soldati. A volte c'era anche il castellano : ed è il caso di Monteriggioni. E' documentato che nel 1310 egli, quando veniva eletto dal comune di Siena, doveva giurare di restare nel castello almeno quattro giorni al mese ; di esercitare nel modo migliore "la castellania et l'arettoria" ; di governare e mantenere "gli uomini del castello nel loro stato, rispettando le loro consuetudini in quanto non contraddicessero ai principi secondo i quali era retto il comune e il popolo senese". E così via. Si conosce anche lo stipendio annuo del castellano di Monteriggioni : era "di 20 libbre di denari senesi e nulla più". E guai se non si comportava bene, se non faceva rispettare la legge ; incorreva in ammende di 50 libbre di denari, e cioè due anni e mezzo di stipendio. Altri tempi, evidentemente. Ma un castello come quello di Monteriggioni, data la sua importanza storica e strategica, porta, o meglio porterebbe, a parlare a lungo di cento altre cose : delle rivalità tra città e città ; della potenza dei monasteri e delle abbazie, basti ricordare che qui a due passi c'è appunto la Badia a Isola ; dei castelli vicini, ad esempio quello della Chiocciola, con la sua torre cilindrica ; infine in tutta la complessa e incredibile "organizzazione" dei pellegrinaggi, che proprio in Valdelsa aveva molti alberghi, ospedali e locande dove si fermavano i pellegrini scesi d'oltralpe lungo la via Francigena, per venerare a Roma la "Veronica nostra" , cioè la "vera" immagine di Gesù. Ecco, Monteriggioni ci riporta anche a questo straordinario capitolo della religione medievale, oggetto di ricerche, con risultati eccellenti, da parte del Centro studi romei che ha sede nei vicini Poggibonsi e San Giminiano ; capitolo che non soltanto fu una manifestazione di fede, ma anche contribuì a far conoscere agli artisti toscani, e in particolare senesi, nuove e stimolanti forme d'arte "europea". Insomma Monteriggioni è un simbolo, e in parte una realtà, di un tempo straordinario che ha qualcosa di miracoloso : come conferma quel miraggio mattutino che incantò Dante, e anche noi.

 

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7. Certaldo

Certaldo Alta domina la valle dell'Elsa, al punto diconfluenza con l'Agliena, sorge su un poggio di 130m e la sua origine và fatta risalire ad un borgo castellre infeudato ai conti Alberti di Prato, come ci attesta un diploma dell'imperatore Federico I del 1164. I certaldesi entrano nell'orbita di influenza di Firenze a partire dalla fine del 1100, città a cui debbono pagare il tributo annuale di due libbre di argento e un cero per la festa di S.Giovanni. L'impianto dellabitato doveva essere già definito nella configurazione che ancora oggi sopravvive: Impostato cioè su una spina centrale rettilinea in lieve pendenza (che nasceva dal Castello gentilizio, dominante dal punto più alto) e completamente cinto di mura di difesa e di rinfianco. Nel XIII e XIV secolo, Certaldo rafforzava la sua posizione economica e si accresceva in modo notevole sia demograficamente che di importanza, questo grazie anche all'apertura della via Francigena, tracciata lungo il fondovalle dell'Elsa. Lo sviluppo urbano, saturato il perimetro murato del borgo alto (il castello), generava una gemmazione separata di borgo di valle, snodato a serpente longo il tratto pedecollineare della stessa Francigena, e allacciato al nucleo grande mediante due attacchi a tenaglia da nord-ovest e da sud-est, la Costa degli Alberti e la Costa Vecchia. Il nucleo di Certaldo alta he conservato al massimo grado la capacità, di trasmettere inalterata tutta la sua suggestione storica, dalla parte esterna con il nitido risalto della merlatura delle torri e delle mura, anche se in parte mancanti, e dall'interno con i caldi toni della sua architettura in mattoni. Tuttavia il progressivo allontanarsi delle attività produttive e commerciali, e quindi anche delle zone residenziali, ha provocato nel tempo anche fenomeni di abbandono e degrado, accentuati anche da alcune distruzioni duvute alla II guerra mondiale, cui solo negli ultimi decenni si è tentato di porre riparo. Nel 1415 Certaldo diveniva sede di uno dei tre vicariati della repubblica Fiorentina, e accoglieva il vicario proprio nell'ex Castello degli Alberti, che veniva parzialmente trasformato. Ma a parte i rifacimenti e le ristrutturazioni edilizie cinque-seicentesche non si verificavano nei secoli successivi sostanziali modificazioni dell'abitato. Dopo l'Unità d'Italia lo sviluppo urbanistico ha interessato la zona di fondovalle (oggi Certaldo conta circa 16000 abitanti), facendo perno attorno alla quadrangolare piazza Boccaccio, divenutà l'agorà commerciale che guarda dal basso l'anica acropoli, e saturando lo spazio compreso fra la via Roma (ex-Francigena) e la linea ferroviaria che passa parallela all'Elsa.

Itinerario di visita

Certaldo alta ha un solo ingresso praticabile alle auto, attravarso un braccio carrozzabile che, staccandosi dalla via Roma a est della piazza Boccaccio, entra nell'abitato all'altezza della piazza della S.S.Annunziata, dopo averna percorso il fronte a sud-est, longo il quale si apre la vecchia porta del Sole. Dalla parte opposta all'ingresso, la piazza dell'Annunziata è chiusa dal palazzo Stiozzi-Ridolfi (un complesso che attende una definitiva utilizzazione pubblica), costituito, da un originario corpo quadrilatero ad angolo sulla via della Rena (con portico sullla parte interna) , poi unito lungo la via Boccaccio da una strurrura di racccordo alla torre merlata, prima della quale si apre il portone di ingresso. Spingendosi in fondo alla via della Rena , attraverso l'arco ogivale della porta che dà sulla costa degli Alberti, si traguarderà in lontananza la collinetta chiamata "Poggio del Boccaccio". Muovendo oltre la via Boccaccio si incontrerà si incontrerà sulla sinistra la casa del Boccaccio (quasi interamente rifatta a causa della guerra), dove secondo la tradizione il grande novelliere avrebbe abitato sino alla morte. Vi ha sede il centro nazionale di studi sul boccaccio (biblioteca che contiene tra le altre cose molte traduzioni del Decameron in lingue estere). Sempre sulla sinistra della via, un altro luogo legato al Boccaccio: Annunciata da uno slargo, si presenta la canonica della chiesa deiS.s. Michele e Jacopo, un edificio a navata unica del secolo XIII, con abside semicircolare. Oltre ad un affresco di scuola senese del 1300, e a due tabernacoli robbiati, la chiesa contiene la tomba del cenotafio del Boccaccio, sul quale sono riportati i quattro esametri latini dettati dallo stesso scrittore. Il fondale di via Boccaccio è costituito dal complesso direzionale di Certaldo alta, con il palazzo del Vicario o Pretorio, costruito sull'originale castello. La facciata, preceduta da una scalinata e da un portico affrescato, presenta due ordini di finestre ad arco ribassato; è costella ta di stemmi gentilizi e conclusa dal consueto coronamento merlato. La torre anch'essa merlata, si colloca esattamente sull'asse ottico di via Boccaccio. Degli ambienti interni del palazzo bisognha segnalare la Camera delle Sentenze (avanzi di affreschi tardo-quattrocenteschi), e la sala delle Udienze (Pietà di scuola del Beato Angelico, fine XV secolo); Al primo piano la sala Grande (affreschi cinquecenteschi). Attraversando il cortile interno si possono visitare anche le prigioni, dove sono ancora visibili scritte a graffito dai reclusi. Accanto al palazzo sorgino i resti della chiesa e del chiostro di S.Tommaso, la vecchi aparrocchiale ora consacrata (vi sono gli splendidi affreschi di Benozzo Gozzoli, che prima ornavano il tabernacolo dei giustiziati). La strada termina sulla porta bassa del Rivellino.

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8. Vicenza

Le ultime utopie

Alla fine del XV secolo in seguito all'irrimediabile tramonto dei " tempi della pace ", ci si preoccupò dell'integrità delle fortificazioni già presenti nella città. Le condizioni di quest'ultime non erano delle migliori data la presenza di innumerevoli porte minori praticate nei secoli sulle mura sia abusivamente che non. Queste aperture sussistano ancora oggi al Pallamaio, in Carpagnon, nel muro di Borgo Berga, dietro il monastero di S.Pietro, lungo le Canove e Piarda S. Biagio, in Cantarane ed erano davvero troppe dato che le porte munite e presidiate si erano fissate nel numero di otto. Queste si trovavano a Porta Castello, a Porta Nuova, a Porta Santa Croce, a Porta San Bortolo, A Porta S. Lucia, a Porta Padova, a Porta Monte e a Porta Lupia. Inoltre, in seguito all'aggiornarsi dell'arte militare le mura vicentine diventavano sempre più inutili e superate per questo si pensò di dotare Vicenza di un sistema difensivo adatto alle nuove esigenze belliche, soprattutto dopo la diffusione delle artiglierie, e alla sua importanza strategica. Il d' Alviano prevedeva l'allargamento delle fortificazioni praticando ad oriente una larga e profonda fossa affiancata da un bastione e sostituendo con una cortina rafforzata da torrioncini rotondi la fossa e il terrapieno presenti a S. Croce. La sua più insistente necessità, tuttavia, fu quella di munire adeguatamente le alture di Monte Berico sovrastanti la città. Ma di questo vasto progetto furono realizzati solo i cinque torrioncini rotondi dei quali ne soprannomino solo due: il primo quasi intatto a partire da Porta S.Bortolo e il secondo al capo opposto che sorge in corrispondenza con Porta S. Croce. L'unica testimonianza grafica oggi disponibile dei piani del d'Alviano è il disegno della situazione difensiva vicentina dove si esalta la città nella sua possibile funzione di perfetta "macchina guerresca". E' da ricordare anche la pianta di Vicenza e dintorni redatta nel 1701 dal pubblico perito Francesco Muttoni accompagnata da una relazione dell'erudito Ortensio Zago. I due documenti, grafico e letterario, si integrano a vicenda a nella pianta il Muttoni si limita a segnalare i corsi d'acqua, i luoghi e i nomi dei ponti che consentono di attraversarli all'interno della città. Per il resto egli segue il perimetro esterno delle mura fissandovi l'ubicazione delle otto porte segnalando in particolar modo la "Rocchetta" e il "Castello" Scaligero e la presenza di chiese e conventi adiacenti alle mura. Analizzando la pianta si può provare l'assenza della cinta nel settore di Porta S. Lucia, S. Bortolo, S. Croce, ma le condizioni di pericoloso degrado si manifestano anche con la presenza di porte secondarie aperte arbitrariamente e di fosse ridotte ad uso di ortaglia dai privati. Il tratto peggiore è quello da Porta Castello a Porta Furo. Nella pianta il Muttoni segnala le mura antiche con una linea nera continua mentre segnala le mura dell'architetto militare cremasco Francesco Tensini con un delineato di puntini per rendersi conto dei rapporti che sarebbero intercorsi tra i due sistemi difensivi. Il Tensini antepone alle vecchie mura, "moderni" spalti, con baluardi a sezione poligonale, adatti alla difesa e all'offesa secondo le nuove esigenze dei duelli d'artiglieria. Nei progetti del Tensini c'era anche l'idea di costruire due poderosi fortilizi su Monte Berico. Uno più in basso, alla fine delle scalette, formato da una postazione a pianta stellare, l'altro più in alto composto da distinte postazioni stellari che andavano a formare una "cittadella" fortificata. Ma questo progetto rimase irrisolto a causa della peste devastatrice d'Italia e d'Europa. 

Marostica

Si trova in una posizione strategica sia per Bassano che per Vicenza e fu una postazione militare fin dalla colonizzazione romana. Fu governata da Ezzelino e dopo la morte di questo passò al comune di Vicenza e poi a Cangrande che provvide a fortificare le posizioni strategiche più efficaci. Rinnovò a Castello sul colle Pansolino fondando il mastio del futuro Castello inferiore. Tra i due castelli, superiore ed inferiore, venne potenziata una fortificazione detta Doglione. Cansignario della Scala si occupò delle definitiva sistemazione urbanistica della città provvedendo alla costruzione di una cerchia murata rafforzata da torri e rivellini (24 in tutto) con quattro porte dotate di antemurale e ponte levatoio. Tra il Doglione e il Castello inferiore si estende una vastissima piazza famosa per la caratteristica partita a scacchi vivente che si svolge ogni anno.

Bassano

La prima sistemazione difensiva della città risale al X secolo, quando venne incastellata, nel periodo degli Ungari invasori. Tuttavia un'ampia e robusta cerchia di mura viene realizzata solo nella metà del 200 sotto il dominio di Ezzelino. Su tutto spicca la Torre di Ezzelino alta 42 m. Al complesso ezzelliniano venne difesa verso Padova. Spetta comunque a Gian Galeazzo Visconti il merito di aver circondato Bassano della sua ultima e più poderosa cortina di mura. Delle numerose porte spiccano superstiti Porta Biete e Porta delle Grazie.

 Lonigo

E' sede di un forte castello fin dal X secolo nato per ragioni di difesa contro gli Ungari. E' piuttosto ampio, con fossati, ponte levatoio e vasti depositi sotterranei e ha preso il nome di "Colmano" . Poteva dar riparo a circa 1500 persone e sorgeva sull'area dove oggi troviamo il Duomo. Passa attraverso il dominio di Alberico Ezzelino e Cangrande che lo rafforzano. I suoi successori badarono oltre alla manutenzione del castello anche a costruire una cinta muraria adeguata. Qui si aprivano quattro porte in corrispondenza delle rispettive torri senza ponti levatoi e rivellini. Il castello, detto anche "Castellaccio", subì ingenti danni nel corso della storia; gli ultimi resti scomparvero nel secolo scorso quando venne spianato per la costruzione del Duomo. Uniche superstiti sono tre delle cinque torri originarie che si trovano rispettivamente a nord, sud e ovest del Duomo.

Montebello

Sorge a sud-est di Vicenza su una vasta pianura dove sin dall'antichità si raccoglievano le maggiori di comunicazione. Il castello di Montebello è molto antico. Denudato nel X secolo dai Vicentini come pegno di pace con i Veronesi, sarà ricostruito dai Maltraversi. Dopo vicende di saccheggi e ricostruzioni passa nelle mani dei da Romano, di nuovo dei Maltraversi, al comune di Vicenza e agli Scaligeri. Gli adattamenti in stile per trasformarlo in signorile residenza risalgono all'800 e medio 900.

Montecchio maggiore

Si trova al vertice settentrionale di un triangolo strategico fra i castelli di Brendola e Montebello. Un castello e una roccaforte dei Pilei furono abbattuti da Ezzelino "il tiranno". Alla sua morte la città tornò ai Pilei, al comune di Vicenza e agli Scaligeri. Questi ricostruirono due castelli su due sommità collinari separate da un breve avvallamento, uno detto "di bella guardia" a sud e l'altro "della villa" a nord. Più ampio e articolato è il Castello "di bella guardia" a meridione che si affaccia sulla pianura. Questo ha recinto a sei lati e pianta ed elle, robusto mastio centrale e porta particolarmente munita. La totale assenza all'interno di edifici residenziali, ne sottolinea l'origine esclusivamente militare. Il castello "di villa" a settentrione ha perimetro trapezoidale e mastio più antico rispetto alle cortine, anche qui non ci sono costruzioni abitative. Permangono molte incognite sull'inconsueta funzione di questi due castelli analoghi e tanto ravvicinati. La leggenda, comunque, vuole che il castello "di villa" sia appartenuto ai Montecchi e quello "di bella guardia" ai Capuleti secondo la leggenda di Romeo e Giulietta.

 Arzignano

Il castello di S. Maria posseduto dai conti di Arzignano, passò nelle mani di Ezzelino, ritornò ai proprietari legittimi, quindi agli Scaligeri. Mastino II della Scala rinnovò e ampliò il castello che secondo alcuni sarebbe stato eretto nel 1370 da Bartolomeo e Antonio della Scala. Una mappa, firmata da Girolamo Roccatagliata, ci documenta sullo stato di fortificazione attorno al 1600. Un piccolo borgo si è formato attorno alle pieve mentre al vertice di sud-ovest si aggrega la "Rocca" entro un circuito murato poligonale con quattro torricelle scudate e possente mastio centrale. Rimangono oggi godibili ampi tratti di mura, le due Porte Orientali, Calpeda e la pittoresca "Rocca".

 

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9. La visione degli autori della città medievale

Introduzione generale

 Nello svolgimento del programma di letteratura italiana e nell'analisi dei testi, si é parlato spesso di testo e contesto, intendendo per contesto ciò che circonda, concretamente o idealmente, il produttore ed il suo pubblico, cioè il mondo, la realtà, il complesso di idee, ma anche la realtà naturale. Il contesto in cui vivono ed operano gli scrittori tra il Duecento ed il Trecento é la città, una città che si rinnova, si ingrandisce, in virtù dell'incremento demografico verificatosi tra l' XI e XII secolo, che assume un aspetto architettonico diverso, una città in cui circolano merci e denaro. E' interessante pertanto analizzare le testimonianze letterarie di questo periodo e, anche se nella maggioranza dei casi, la città fa solo da sfondo alle vicende narrate e ai personaggi descritti, tuttavia si possono individuare due tendenze di ricerca: una tendenza a rappresentare idealmente la città di cui si celebrano la grandezza, la ricchezza, il movimento ,l'abbondanza, l'altra secondo la quale la città è vista anche nei suoi aspetti deteriori. Lo scrittore che fornisce una visione ideale della città ha uno stretto legame con il Comune ed é spesso portavoce del ceto dirigente a cui appartiene, ha un forte attaccamento per la realtà municipale e per la libertà comunale che viene sentita come un valore insostituibile; spesso questo scrittore coltiva la letteratura come attività parallela rispetto ad altre attività pubbliche.

Bonvesin della Riva (1240- 1315 ),di famiglia agiata, scrisse "De magnalibus urbis Mediolani", un trattato-panegirico in cui si decantano le meraviglie della città di Milano "considerata in rapporto ai suoi abitanti, Milano, rispetto a tutte le altre città del mondo mi sembra la più splendida". Utilizzando la tecnica dell'accumulazione, l'autore ci fornisce l'idea della complessità della vita cittadina, ma anche un'idea di ordine, in cui i ceti collaborano al bene comune e gli abitanti "vivono con decoro, ordine, larghezza e liberalità (...) sono piuttosto liberi nello spendere, onorano e fanno onore, sono urbani nel modo di vivere" Con queste parole l'autore mette in risalto come i valori cortesi di liberalità e cortesia fossero penetrati nella realtà sociale della città e come i valori tipicamente mercantili come il risparmio non siano importanti perché nella città regnano ricchezza e benessere. Bonvesin della Riva colloca ai primi posti della gerarchia sociale della città i notai e i giureconsulti nonché i funzionari del comune.

Anche Giovanni Villani ( 1276-1349) , nella sua opera "Nuova Cronica", ci fornisce un'idea positiva della città di Firenze; egli rappresenta la città in modo dettagliato e minuzioso soffermandosi sull'aspetto delle abitazioni, sulle spese del Comune fiorentino, sul tenore di vita dei cittadini; ecco come viene descritta Firenze: "Ella era dentro bene situata e albergata di molte belle case; e al continovo in questi tempi s'edificava migliorando i lavorìì di fargli agiati e ricchi, recando di fuori belli esempi d'ogni miglioramento.(..) e oltre a ciò non v'era cittadino popolano o grande che non avesse edificato o che non edificasse in contado grande e ricca possessione e abitura molto ricca (....) e in questo ciascuno ci peccava e per le disordinate spese eran tenuti matti". Villani appartiene ad una famiglia mercantile ed è attivo politicamente nel Comune tanto che consegue cariche pubbliche di notevole prestigio; si nota quindi l'orgoglio di appartenere ad una città che è ricca, potente e dotata di palazzi che suscitano l'ammirazione degli stranieri; tuttavia a differenza di Bonvesin della Riva, egli si fa portavoce di un'ideologia più direttamente mercantile della positività del risparmio come accumulazione e dei pericoli di un eccesso di spese. Interessanti, in questo quadro di immagini che esprimono elogio nei confronti della città , sono le teorie di Marsilio Ficino. Il filosofo Marsilio Ficino, impegnato a sostenere il principio non teocratico dello stato, afferma che la città viene istituita per vivere bene e che tutti gli uomini tendono ad una vita in grado di soddisfare bisogni e necessità. Ai testi in cui si decantano le meraviglie della città, considerata come il luogo del fare e del produrre, si contrappongono testi la cui finalità è pratica quali le memorie dei mercanti, che rappresentano la campagna come luogo selvatico che si contrappone alla città, luogo in cui regnano la pienezza e l'affollamento delle cose.

Dice Paolo da Certaldo "La villa fa buone bestie e cattivi uomini"; in particolare egli consiglia il mercante che risiede in città di guardarsi dal villano; il villano è una figura inquietante nella letteratura, molte volte deriso, ma anche guardato dagli scrittori del tempo con diffidenza, perché portatore di una cultura alternativa. Quindi nel sistema di valori medievale la civitas é il luogo simbolico della civiltà, la campagna e gli spazi incolti sono l'incarnazione della selvatichezza; d'altra parte, in un mondo ancora in gran parte vuoto, in cui gli spazi incolti erano sentiti come negativi, in un mondo in cui le forze della natura sono profondamente temute non può non essere così forte e sentita questa contrapposizione città/ campagna. Il vescovo di Parigi , Guglielmo d'Alvernia, sottolinea come la campagna sia costituita da pietre brutte e grezze delle cave e da legno naturale, mentre gli edifici cittadini sono costruiti con legno lavorato e pietre cementate, simbolo dell'amore reciproco tra gli uomini e delle esigenze spirituali che emergono dalle anime dei cittadini.

Anche i sonetti di Folgòre da San Gimignano ci offrono, attraverso una serie di immagini, una rappresentazione idealizzata del vivere in città. L'autore, che compare nei documenti con l'appellativo di " dominus", appartiene ad un ceto elevato e svolge la sua attività sotto il patronato delle famiglie senesi di recente ed antica nobiltà. Nelle sue composizioni rappresenta un gruppo di cittadini agiati( donzelle, giovani) riuniti in brigate che trascorrono il tempo invernale in ambienti confortevoli e riscaldati da bei fuochi e passeggiano nel tempo primaverile per le strade per le piazze, occupati in conviti, cacce o tornei oppure intenti a "ragionar d'amor e di goder". In questo caso gli ideali di cortesia e cavalleria sono solo ricerca di piacere che coincide con l'abbondanza di beni. E' chiaro che questa è la rappresentazione idealizzata del vivere in città o meglio è la rappresentazione del sistema di vita di alcune nobili famiglie senesi, committenti e pubblico del poeta.

Dante Alighieri così profondamente legato alla città di Firenze, nella "Divina Commedia", rappresenta la Firenze del tempo antico come il modello di città ideale, mentre la città del suo tempo perseguita i giusti, fa leggi che durano meno di un mese, incarna l'odio per chi bene opera ed è di conseguenza l' immagine sempre più fedele della città infernale sulla terra: "La tua città che é d'invidia piena sì che ormai ne trabocca il sacco" (Inferno canto XVI). Per contrapposizione, Cacciaguida presenta a Dante ,nel XV canto del Paradiso, l'immagine della Firenze ideale del passato: le donne si accontentavano di abiti semplici, allevavano figli e filavano, non c'era commercio con l'esterno. La città ideale è quindi per Dante collocata nel passato, si è attuata una volta per tutte e si contraddistingue per assenza di mescolanza di genti, per unità di origine della cittadinanza, per uguaglianza di costumi e di cultura; egli respinge l'idea di allargare i confini della città per includere il contado, perché questo porta all' inurbamento dei villani. Emerge chiaro l'atteggiamento di diffidenza nei confronti di chi risiede in campagna: i villani che con il loro "puzzo", che deve essere inteso in senso morale, manifestano avidità e bramosia di guadagno. Del resto Dante è consapevole che era ineluttabile la trasformazione della sua città, che la mescolanza di genti, l'avidità per il guadagno avrebbero profondamente trasformato la città descritta da Cacciaguida, per cui l'unica città perfetta ed ideale è la città celeste ossia il Paradiso, l'unica che incarni la perfetta giustizia. Accanto a questa rappresentazione ideale della città, possiamo trovare una serie di testimonianze letterarie in cui la città é delineata con maggiori sfaccettature e con realismo. Appaiono le strade, le piazze, le beffe tra gli abitanti, ma anche gli aspetti più squallidi come la miseria e la povertà.

Boccaccio con il "Decameron", é colui che meglio rappresenta la realtà del vivere cittadino; infatti tutte le novelle non si giustificherebbero se non ci fosse da parte dell'autore una diretta esperienza del mondo di Firenze, ma anche di altre città. Come Dante, anche l'autore del Decameron presenta una duplice rappresentazione della sua città: la Firenze contemporanea è il luogo della degradazione comica, la Firenze degli antenati (ricordiamo Federigo degli Alberighi ) è celebrata miticamente ed idealizzata. In alcune novelle poi si può notare un atteggiamento critico ed ironico nei confronti dei cittadini di altre città ed in particolare di Venezia, da sempre considerata un'avversaria storica di Firenze dal punto di vista economico e politico. In altre novelle la città è il luogo di perdizione o il luogo dell'avventura : ricordiamo, a questo proposito, la novella " Andreuccio da Perugia", in cui si parla dei quartieri malfamati di Napoli ed in particolare della contrada di "Mal pertugio". Spesso l'autore delinea, anche se per sommi capi, gli interni di alcune abitazioni, ma gli elementi che ci vengono forniti sono scarsi perché l'oggetto della rappresentazione sono la realtà umana e naturale, i valori dell'individuo e i valori collettivi che stanno a fondamento del rapporto sociale. La città medioevale fa da sfondo anche alla poesia comico realistica, i cui esponenti più noti sono Cecco Angiolieri, Rustico de Filippi, Pietro dei Faitinelli. Nei componimenti di questi autori sono presenti i consueti temi della poesia giocosa : l'invettiva contro un personaggio politico del tempo, la descrizione umoristica di qualche cittadino, il tema della povertà, l'invettiva contro le donne , in particolare quelle vecchie, l'amore per il vino e per il gioco etc. Questi aspetti che appartengono al quotidiano richiedono una profonda conoscenza dell'ambiente cittadino. Il comico, come sostiene il critico Bachtin, scaturisce quando c'è contatto, vicinanza o addirittura scontro con l'oggetto rappresentato, quindi, anche se la città non emerge mai con esattezza, appaiono tuttavia scorci, frammenti di vita vissuta. Del resto, se riflettiamo, non aveva molto senso concentrarsi nella descrizione di una città in una poesia destinata al cosmo cittadino, anche perché il pubblico a cui i sonetti e le composizioni erano indirizzate conosceva la città. Gli aspetti che vengono rappresentati sono anche i più squallidi : la povertà, spesso ritenuta una condizione infamante ( il povero non ha diritto neppure all'amore ), la sporcizia, la puzza che alcuni luoghi emanano, la fame, la terribile presenza dei poveri per le strade, la malattia; spesso su queste zone oscure del mondo cittadino gli scrittori ironizzano ed alcune espressioni tratte dal mondo reale vengono usate per rappresentare i personaggi più in vista della città: ad esempio Rustico de Filippi dirà di un certo Luttieri "pute più che infermo uom di prigione o che nessun carname o che carnaio ". L'accusa di sporcizia e di sozzura è un classico del vituperium; è chiaro che queste accuse riflettono, anche se in parte, le apostrofi ingiuriose diffuse nel Medioevo. Pur non essendo direttamente rappresentata, la città è il luogo dove il mercante fa fortuna, ma dove anche può andare in rovina e dove gli individui si conoscono e possono realizzarsi. Secondo Quantin con la parola "civitas" gli uomini del Medioevo intendevano da un lato l'insieme degli individui uniti dalla partecipazione ad uno stesso diritto, dall'altro il vincolo affettivo e morale che unisce tra loro i cittadini, grazie al quale si realizza un' unione di uomini i cui cuori battono all'unisono.

La visione ideale della città' medievale

Bonvesin de la Riva: Alcuni autori appartenenti alla categoria dei nuovi intellettuali ed impiegati nella vita pubblica della loro città testimoniano l'orgoglio e l'amore di appartenere ad una realtà municipale i cui valori fondamentali sono la libertà, la produttività, ma anche la liberalità e la cortesia. Tra questi si ricorda Bonvesin da la Riva, autore dell'opera "De magnalibus urbis Mediolani", scritta in un momento in cui dopo un periodo di lotte si era affermata la signoria dei Visconti. L'autore elogia il territorio su cui sorge Milano e la conformazione della città. Milano vanta un clima temperato, d'inverno "il freddo non vi è tollerabile" d'estate l'intensità del caldo non è mai eccessiva, possiede "acque vive e naturali, mirabilmente adatte ad essere bevute dall'uomo"; nessun'altra città al mondo ha vantaggi pratici che assicurano benefici alla popolazione e quindi tali vantaggi fanno in modo che "vi si trovano persone molto vecchie, uomini e donne che ci vivono fino ad età decrepita". In un altro punto l'autore afferma che i milanesi hanno un aspetto piacevole, sono di carattere socievole, accoglienti con i forestieri, vivono e si comportano decorosamente e civilmente dovunque si trovino. La loro lingua viene definita tra le più comprensibili, sono religiosi, facilmente riconoscibili e degni di stima per tutte queste caratteristiche. Bonvesin aggiunge che la città diventa di giorno in giorno più grande in rapporto al numero dei suoi abitanti. Significativo è il riferimento ai mestieri della popolazione di Milano, infatti attraverso un elenco di mestieri, viene tratteggiato il ritratto della società duecentesca con la sua stratificazione e gerarchia. Da questo ritratto emerge che i nobili sono poco importanti poiché partecipano alla vita della comunità solo fornendo cavalieri e guerrieri e vivono ai margini "nel contado", mentre i giureconsulti, i notai e i funzionari del Comune sono i più importanti, seguiti dai "bottegai" che vendono "al minuto un numero incredibile di mercanzie"; vengono poi ricordati: i macellai che sono più di quattrocentoquaranta", i fabbri "che sono circa ottanta", infine gli artigiani "tessitori della lana, di lino, di seta, calzolai, conciatori di pelli". L'immagine che Bonvesin vuole dare della vita cittadina tende ad esaltarne, da una parte la complessità e mobilità e dall'altra l'ordinata struttura a piramide dei suoi ceti tutti volti a collaborare per il bene comune. Per fare ciò sceglie solo quegli elementi della società che confermano la sua tesi trascurandone altri, anche importanti, che però andrebbero a sminuire il suo elogio a senso unico della realtà sociale di Milano. Utilizzando la tecnica della accumulazione, comunica un senso di abbondanza della città, ne esalta i valori come la liberalità e la larghezza e il far onore che sono penetrati profondamente nelle nuove classi borghesi della città. Risulta quindi, chiaramente come i valori ideologici del mondo cortese siano accettati dai cittadini e questo stabilisce un'equivalenza tra essere cortesi ed essere urbani. 

La poesia comico -satirica

 La poesia comico satirica fiorisce essenzialmente nell'ambiente urbano. In un certo senso appare come un frutto diretto della civiltà comunale italiana in misura assai maggiore della lirica dello stil novo. E' già stato giustamente osservato che i riflessi della corposa vita comunale vanno cercati piuttosto nelle rime realistiche di questo periodo. Si può aggiungere che proprio il legame con la realtà storica ha consentito alla poesia gioiosa e satirica toscana di raggiungere una sua indubitabile originalità nell'ambito della poesia europea. Una buona parte dei sonetti realistici, anche non d'argomento politico, presenta continui riferimenti a particolarità della vita cittadina, eventi storici, o più semplicemente al modo di pensare della loro società.

La dimensione urbana influenza pesantemente quindi lo sviluppo di determinati aspetti della poesia comico- realistica. L'immagine fisica della città non emerge pressoché mai con interezza e vivacità nella poesia comica. Accadrà più spesso nel Trecento. Si pensi alla celeberrima descrizione del Pucci della piazza di mercato vecchio a Firenze, in cui la vita varia di umanità della pullulante metropoli italiana è espressa con rara potenza e efficacia. Più usualmente ne appaiono degli scorci, o dei frammenti di vita vissuta. Non aveva del resto molto senso concentrarsi sulla descrizione generale della città in una poesia frammentaria come questa, destinata in genere d un consumo cittadino, da parte di individui cui quella città era familiarissima. Folgore da San Gimignano costruisce i suoi componimenti con gli elementi della tradizione del "plazer". La città appare idilliaca appoggiata alle colline toscane, circondata dal verde, da ville e castelli. Al di là dei diminutivi che la illeggiadriscono e ne fanno un villaggio di fiaba questa è la ricca e borghese città costruita in pietra, segno sicuro di prestigio e ricchezza tutta forgiata di materiali solidi e sicuri. In realtà tra la città di Folgore e quella dei sonetti comico-burleschi non esiste probabilmente quella assoluta incompatibilità che possiamo immaginare. Diamo pure per scontato che una forte componente letteraria è presente in un'immagine come nell'altra, ed attenua quindi il valore documentario di questi testi. Certamente però la diversa rappresentazione rispondeva anche a piani diversi della realtà e dell'immaginario collettivo. Gli storici ci hanno descritto la società toscana del secondo Duecento e del primo trecento, prima della grande crisi del XIV secolo, come una società in formidabile espansione economica. Nessun altro paese in occidente poteva vantare un tenore di vita simile a quello dei comuni italiani. Se incessante era l'attività rivolta alla produzione della ricchezza, non meno lo era quella rivolta al suo consumo. Attestazioni di ogni genere testimoniano dello sfarzo della vita pubblica e privata, della ostentazione del lusso da parte degli aristocratici come dei ceti medi. Si può parlare di una vera e propria corsa all'arricchimento e al lusso. Molti storici hanno interpretato fenomeni come la nascita degli ordini mendicanti o la diffusa rivendicazione della povertà, anche in letteratura come una naturale reazione ad un vivere sociale esasperatamente fondato su interessi materiali. I festini descrittici da Folgore e dai novellisti evidentemente colgono questa realtà e la celebrano, malgrado facciano chiaramente capolino sullo sfondo nostalgie cortesi. Ma certamente questa non era "tutta" la realtà della vita comunale. Il benessere, la ricchezza, lo sfarzo per quanto diffusi, non riguardavano tutta la società. Secondi alcuni addirittura erano concentrati nelle mani di una piccola parte della popolazione. In ogni caso rimanevano ampie aree di disagio sociale o di vera e propria emarginazione

Folgore da San Gimignano: Folgòre è appellativo di elogio che indica fulgore, splendore. Il vero nome del poeta era Giacomo; nacque a S.Gimignano alla fine del Duecento e morì prima del 1332. Fu al servizio del comune come fante nel 1295, e con altri incarichi in campagne militari successive. Frequentando le più importanti famiglie di Siena e San Gimignano sperimentò il suo ideale di vita, i sui scritti sono di carattere idillico, festoso e fantastico, con una ricca descrizione di particolari. Il canzoniere che ci ha lasciato si compone di trentadue sonetti disposti reciprocamente in "corone", come quella dei mesi. Quattro di questi trentadue sonetti sono dedicati alla politica, e vanno considerati a se stanti: Essi danno vita a una partecipazione appassionata alle vicende del comune di San Gimignano, e in particolare esprimono lo sdegno e l'invettiva contro i ghibellini che avevano ripreso il potere dopo la vittoria sui Guelfi a Montecatini. Folgòre da San Gimignano è considerato un poeta comico realistico, in realtà in molti sonetti ci fornisce una immagine idealizzata della città, e quindi rispetto ai poeti comico-realistici occupa un posto del tutto particolare. "La materia di Folgòre riproduce gli svaghi e le aspirazioni, le occupazioni e i diletti di brigati borghesi festevoli e spenderecce che amano buon vino e buoni cibi, i conviti le cacce e le pesche, l'eleganza mondana degli ambienti, la sontuosità degli arredi e delle vesti finissime, la spensieratezza e gaiezza dei ritrovi più ameni, montagnette erbose, campagne fiorite, valli montanine, città splendide che rinnovano con spirito diverso, l'antica cavalleria e le sue virtù (...). E' tutto un mondo giocoso e terrestre veduto in una sfera di gentilezza, spogliato di ogni grossolanità, da ogni corposità troppo greve, liberato dalla fantasia sognante." (M.Vitale).

I sonetti più significativi che illustrano la vita cittadina sono:

-Cortesia cortesia cortesia chiamo:

Documento interessante della mentalità e delle idee della civiltà comunale, esse aveva ereditato le virtù della cavalleria come liberalità generosità e magnanimità, di una vita allietata da tutte le cose belle e piacevoli. Nel sonetto, Folgòre evidenzia una posizione passatista e pessimistica, che non lascia spazio per meditazioni e conciliazioni: L'autore è evidentemente un portavoce delle vecchie consorterie nobiliari, un esponente della vecchia cultura, che vagheggia ancora le antiche idealità nella loro antica purezza. Il testo infatti è un lamento per la scomparsa della cortesia ed una deprecazione per il trionfo del vizio ad essa opposto, l'avarizia, l'attaccamento al denaro e al guadagno, che spegne ogni liberalità disinteressata. La cortesia viene sospinta in una mitica stagione del passato, ormai tramontata, e viene evocata nostalgicamente in contrapposizione al presente, che ha tradito quell'ideale ed ha lasciato trionfare gli atteggiamenti opposti. Anche i sonetti della "Corona dei mesi" forniscono alcune immagini della città, e sono costruiti secondo un modello che si ripete e che ha il suo antecedente nel "plazer", quel tipo di componimento provenzale che elenca una serie di cose piacevoli. Egli propone ad una "brigata" le occupazioni più dilettevoli per trascorrere il tempo.

Di gennaio:

In questo sonetto l'autore descrive il fuoco che crepita all'interno delle stanze, camere adorne di ogni suppellettile e lenzuola di seta sui letti. Rappresenta l'abbigliamento della nobile brigata ed il comportamento raffinato. I divertimenti di questo gruppo si limitano, in questo mese ad una uscita nell'arco del giorno, per gettare la neve addosso alle ragazze. 

Di febbraio:

Anche in questo sonetto vengono date alcune immagini della vita proposta alla "brigata": la caccia di caprioli e cervi, una compagnia di giovani, e alla sera la possibilità di gustare la selvaggina e di inebriarsi di buon vino.

Di marzo:

Nel sonetto "Di marzo", la brigata si muove su svariati tipi di imbarcazione e si reca a pesca, si ritrova infine in palazzi dove regna l'allegria. Conforme alla poesia giocosa è la chiusura del sonetto in cui c'è una polemica anticlericale.

Di Maggio:

Nel componimento "Di maggio" descrive una festa d'armi rallegrata da bandiere, dal passaggio di cavalli con sonagli, dal rumore di aste e lance spezzate dal colore dei fiori lanciati dai balconi ai vincitori. 

Di giugno dovvi una montagnetta:

Interessante è il paesaggio descritto nel sonetto "Di Giugno dovvi una montagnetta", qui il profilo dei colli all'orizzonte si anima e si popola via via e converge richiudendosi nel centro ideale "la città" e in un punto di essa, la fontana da cui acque limpide scendono a dar vita a giardini, prati ed erbe.

La bellezza della natura fa tutt'uno con un modello di vita fatto da armonia. La peculiarità di questa poesia è invece nella minuzia e nella concretezza delle enumerazioni che portano in primo piano tanti oggetti e presenze. Da qui l'infittirsi dei sostantivi che caratterizza il linguaggio poetico di Fòlgore insieme alla scarsità dell'aggettivazione e alla predilezione per gli infiniti e i congiuntivi verbali. Questo tessuto lessicale si fonda sull'uso di sostantivi molto precisi che conferiscono una descrittività minuta e una concretezza spiccata alle scene, mentre l'indefinitezza delle forme verbali pone le situazioni al di là del tempo reale. Le azioni che trovano posto sulle terzine, dopo l'enumerazione dei piaceri della stagione, non hanno mai un carattere circoscritto e determinato, ma si pongono come azioni possibili , sogni. La struttura che distingue tra quartine descrittive e terzine dominate da una azione , si ripete in tutti i sonetti e comporta una sintassi paratattica e ripetitiva nelle quartine e un più mosso andamento sulle terzine. Gli ultimi versi contengono solitamente un'esortazione che, come accade nel sonetto dedicato a marzo, può assumere un valore più ampio, quasi di sentenza.

Antonio Pucci: Anche Antonio Pucci come Bovesin della Riva presenta la città medioevale come luogo di incontri e di scambi e registra come compiacimento i segni dell'abbondanza. Antonio Pucci, nato a Firenze nel 1300 ca. e morto nel 1388, tratta nelle sue composizioni temi riguardanti la vita quotidiana nella città di cui ne descrive le tradizioni, i costumi, e la vicende storiche, come la peste del 1346 a cui anch'esso ne fu testimone. Le opere del Pucci si rivolgono spesso ad un pubblico ampio, per questo anche in gran parte illetterato; spesso il poeta recitava per la strade di Firenze le sue opere, diventando un mediatore culturale tra volgo e letterati. Per questo motivo Pucci utilizza stile e temi cari ai cantari popolari che i cantastorie erano soliti recitare nelle piazze fiorentine. Un esempio è la canzone "Il cantore di Madonna Leonessa" che narra le vicende di una nobile donna che arriva anche a travestirsi da saggio pur di salvare il proprio uomo da una condanna a morte; il lieto fine dell'opera è tipico dei componimenti popolari. Famoso è un componimento intitolato "La piazza di Mercato Vecchio" in cui il poeta dopo 8 ottonari di proemio in cui avverte il pubblico che si sta accingendo a dare una descrizione del mercato a Firenze, inizia una minuziosa e attenta descrizione dei personaggi, degli oggetti e delle voci presenti durante il mercato. Nella piazza, definita dal poeta la "bella piazza", si possono trovare persone di ogni ceto sociale. La città è descritta durante un giorno lavorativo per cui si può riscontrare il caos della piazza, tra schiamazzi, insulti e grida. Sono enumerati gli edifici principali "quattro chiese nei suoi quattro canti", i magazzini attorno alla piazza "fondachi grossi", le botteghe "la più bella beccaria che sia, di buona carne". Ma è soprattutto nei personaggi della piazza che si concentra l'occhio attento di Pucci: i barattieri (i truffatori che tenevano banco do gioco al mercato) pollaioli, "le trecche" (rivenditrici di frutta e verdura), "le foresette" (ragazze di campagna), ma anche "gaioffi", "muetrici" e "ruffiani". Pucci non fornisce solo una visione ideale della sua città, ma si sofferma anche sugli aspetti più inquietanti della vita cittadina e rappresenta i malati "tignosi e rabbiosi" e le risse che spesso sorgono tra coloro che giocano nei vari banchi di gioco "vedesi chi perde...biestimar e ricevere e dar molti ingoffi. E talor vi si fa colle coltella(...)". Il componimento è interessante perché si discosta dalla rappresentazione ideale della città e si avvicina ad un gusto per la rappresentazione realistica, oltre a questo, ci consente di ricostruire aspetti che sono andati perduti: le merci che abbandonavano nel mercato e gli elementi spettacolari della vita cittadina che sono lontani da ciò che è trasmesso dalle opere degli autori maggiori che erano distante da un pubblico elevato.

La rappresentazione realistica della città' medievale

Le cronache

Le cronache sono un genere letterario che ci fornisce un'immagine realistica della città e della vita comunale, spesso infatti viene rappresentata una società bellicosa dominata da lotte ed affari, passioni ed interessi mondani. Le cronache storiche del mondo comunale sono espressione di libertà e di autonomia della città. Il cronista è un esponente del ceto intellettuale che scrive dei fatti del Comune per incarico del potere e affida alla pagina la memoria degli eventi essenziali che si svolgono intorno a lui. Egli descrive solo ciò che gli interessa, ma è significativo che si concentri sui fattori sociali ed economici, la struttura comune delle cronache duecentesche è annalistica, non c'é commento ed è presente una prospettiva di tipo provvidenziale. l genere delle cronache si sviluppa in un ambiente urbano per esigenze di memoria e conoscenza dei cittadini desiderosi di far tesoro dell'esperienza passata. Il cronista mira a rappresentare la vita civile.

Dino Compagni: Dino Compagni nacque, verso il 1260, da una antica famiglia popolana. Nel 1280 fu tra i sei cittadini che proposero ed ottennero di mutare il reggimento della città. Da qui ha inizio la sua carriera politica : fu sei volte console dell'arte di Por Santa Maria ; nel 1293 fu gonfaloniere di giustizia. Fu amico e sostenitore di Giano e nel 1301 lo ritroviamo fra i priori, l'anno della divisione fra Bianchi e Neri e dell'ingresso in Firenze di Carlo di Valois. In questa circostanza fu tra i moderatori fra le parti e con il trionfo della parte nera egli scomparve dalla vita pubblica di Firenze. Tuttavia, come Dante, sperò in un mutamento politico in occasione della discesa di Arrigo VII ; fu allora, tra il 1310 e il 1312, che scrisse la "Cronica". Morì nel 1324. La "Cronica è divisa in tre libri ; nel primo libro, dopo una descrizione di Firenze, ricorda rapidamente le discordie fra Guelfi e Ghibellini, quindi passa a trattare delle discordie all'interno della parte Guelfa, ripercorrendo le principali vicende politiche degli anni 1280-1299, di cui egli stesso fu partecipe. Nel secondo libro tratta analiticamente degli anni 1300-1304, dalla missione di Carlo di Valois per conto di Bonifacio VIII, al conflitto aperto dalla vittoria dei Neri, alla persecuzione dei Bianchi. Nel terzo libro, narra le ulteriori discordie cittadine fra popolani grassi da una parte e Grandi e popolo minuto dall'altra. Nel I libro par. XX l'autore, volendo spiegare la divisione tra i Bianchi e i Neri nella città di Firenze sintetizza vari episodi di inimicizia tra la famiglia dei Cerchi e quella dei Donati. In questo racconto, il cronista trascrive vari episodi di ostilità che diedero inizio alla divisione a Firenze tra la schiera dei Cerchi e quella dei Donati. L'odio ebbe inizio quando i Cerchi, ricchi, comprarono un palazzo vicino alla casa dei Donati, antichi per sangue ma non ricchi. Poi, quando Corso Donati, prese in moglie una parente dei Cerchi, che portava un'eredità, si venne alla prima manifestazione di comportamenti incontrollati : l'avvelenamento collettivo. Si scatena una rissa durante un funerale solo perché una persona si è alzata in piedi, e si reputa questo un segnale convenuto per dare inizio ad una ribellione.Infine è descritto l'odio tra Guido Cavalcanti e Corso Donati, che porta i due a tentare di uccidersi a vicenda. Nel capitolo II par. XVIII si parla del trionfo dei Neri. I Bianchi furono avvisati dell'arrivo in Firenze dei Neri guidati da Corso Donati. I Cerchi, presi dalla paura, si rifugiarono nelle loro case. Carlo di Valois finge di essere adirato per l'iniziativa di Corso, e per questo chiede che gli siano consegnati i capi delle due fazioni onde a pacificare la città e ristabilire l'ordine. Ottenuto questo, lascia liberi i Neri e trattiene i Bianchi. I Neri infatti cominciarono a razziare, a uccidere uomini, a violentare fanciulle e a fare altri atti di prepotenza. L'immagine della città lasciataci dagli scrittori è caratterizzata dalla comunalità, dal rispetto delle leggi e della misura e chi trasgredisce quest'ultima lo fa per amore di una donna e non sfugge al rammedimento. Ma le cronache, come quelle di Dino Compagni, guelfo Bianco contemporaneo di Dante, ci trasmettono un quadro nettamente diverso : un ambiente sempre percorso da tensione e gente sempre pronta alla rissa. Le cronache di Dino Compagni ci forniscono quindi un'immagine ben diversa della città idealizzata da Bonvesin e Folgore : non regna in questo ambiente rispetto delle leggi e misura, ma tensioni, rancori tra famigli e risse.

Giovanni Villani: Giovanni Villani (1276-1348) giudica la realtà cittadina dal punto di vista del mercante che descrive e misura le cose in maniera attenta e distaccata. Lo scrittore vede e registra eventi e fatti sociali che non erano mai entrati nel raggio di osservazione dei cronisti precedenti. Sono dati economici, rapporti produttivi. Villani riprende gli schemi delle cronache del Duecento e nella Cronica si propone di raccontare la storia di Firenze dalla Torre di Babele : i primi sei libri non hanno un grande valore storico, negli altri sei libri che coprono l'arco di ottant'anni dal 1266 al 1348 il Villani è attento e scrupoloso osservatore della realtà contemporanea ; non lascia trasparire passioni politiche.. Il codice linguistico è il volgare. Nel prologo della Cronica Villani si propone di illustrare : i motivi della scrittura, il disegno generale dell'opera, l'obiettivo dell'opera.La città di Firenze ha scarse memorie del suo passato, o per la negligenza dei Fiorentini o per la distruzione dei testi. La Cronica servirà come esempio ai successori perché no siano negligenti e perché scrivano i mutamenti della città di Firenze. La Cronica è in volgare in modo tale che tutti possano ricavare utilità e piacere. Villani chiede ai posteri di correggere i suoi errori nell'opera e nel finale invoca Gesù con il nome del quale ogni opera inizia, procede e termina. Villani è estremamente efficace nella descrizione degli avvenimenti a cui ha assistito come l'alluvione di Firenze del 1333 descritta nel libro XI capitolo 1. Il 1° novembre del 1333 cominciò a piovere incessantemente : vennero sommerse il Piano di Casentino, il Piano d'Arezzo e la Valdelsa. Viene danneggiata tutta la pianura. Il 4 novembre alluvione giunge a Firenze. L'acqua abbatte le porte principali della città, allaga tutte le vie. Nel duomo il livello dell'acqua arriva fino all'altare ; in Santa Maria del Fiore fino agli archi delle volte ; il comune è sommerso fino al primo piano delle abitazioni. La causa principale dell'alluvione è dovuta al fatto che il Comune aveva consentito l'innalzamento delle "pescaie" a quelli che avevano mulini sull'Arno ciò aveva comportato, col passare degli anni, l'innalzamento del letto dell'Arno che non era stato più dragato con assiduità. Si comprende come, innalzandosi il letto del fiume di ben 3,5 metri, siano stati provocati danni consistenti Nel libro XI ai capitoli XCI e XCIV, Villani, fornisce un'analisi della situazione economica della sua città che si contraddistingue per ricchezza e magnificenza. I dati che Villani enuncia devono essere considerati non come cifra attendibili, ma come indicazioni di massima.

Queste sono le questioni che Villani presenta :

1. lo stato finanziario del Comune di Firenze (la sua politica fiscale)

2. la popolazione fiorentina e la su articolazione

3. il fabbisogno alimentare

4. i centri della potenza economica fiorentina (le Arti più importanti)

5. gli investimenti dei cittadini agiati 

6. i rapporti tra città e contado

7. la scuola.

Paolo da Certaldo e la letteratura mercantesca 

Paolo da Certaldo, mercante moralista , é uno dei rappresentanti della letteratura mercantesca.Questa letteratura è costituita dalle numerosa testimonianze dei mercanti che annotano nei loro registri fatti e ricorrenze familiari ; sono testi che pur non avendo pretese letterarie risultano di grande interesse poiché ci illuminano sulla mentalità dei nuovi ceti borghesi e quindi ci aiutano a ricostruire la mentalità di chi viveva in città o meglio dei borghesi che operavano nella città .Si tratta di diari , testamenti, cronache , carteggi in cui vengono affrontati problemi quotidiani riguardanti il lavoro , la casa , il patrimonio , l'educazione dei figli ed in cui vengono spesso inserite riflessioni moralistiche presentate sotto forma di proverbio sentenze popolari .Sono vergati in corsivo e si propongono , in genere , uno scopo pedagogico-didattico : insegnare "buoni costumi" e dare "buoni ammaestramenti " utili alla vita familiare e alla attività della mercatura .Il destinatario cui il mercante si rivolge è di solito , il gruppo familiare quindi il discorso è piano ed il tono è confidenziale. Nelle accurate registrazioni quotidiane , in cui il mercante adopera la propria attività ricorrente è il tema della fortuna .Tale parola indica generalmente una tempesta ("fortuna di mare") o un evento politico o economico imprevedibile e sfavorevole agli interessi del mercante .Nel concetto di fortuna , però, non c'è niente di fatalistico o provvidenziale :pur costituendo un grave limite all'umana intraprendenza , la fortuna , nell'ottica del mercante , non fa desistere l' individuo dall'azione , anzi ,lo spinge a sfidare la "malasorte " , insegnandogli ad operare con maggiore prudenza .Christian Bec nell' opera " Les marchands écrivains affaires et Humanisme à Florence" tratta il tema della fortuna in ambiente mercantile .Nel testo lo studioso ricostruisce l'area di significati che la parola fortuna ha assunto e arriva quindi a definire tale concetto che gli pare tipico di una nuova e più combattiva concezione del mondo .Connette , inoltre, l'uso del termini fortuna con alcuni dati reali della pratica mercantile e ; soprattutto con l'alta incidenza che l'imprevisto (rischio di mare rischio di guerra )aveva nei traffici .Egli utilizza testi di vario genere letterali cronache corrispondenze e ricordanze mercantili. I mercanti scrittori del '300 si rivelano come i paladini della fede nel dio del caso . La fortuna trova posto anche in un campo diverso dalla letteratura nelle corrispondenze tra i mercanti . Essa è entrata nella MENS MARCATORIS e appare da prima al plurale cioè nel senso di avvenimenti avversi di disgrazie che si abbattono inaspettatamente su un individuo , una famiglia una città .Il termine fortuna nel suo significato più largo è pure frequente nel linguaggio quotidiano delle corrispondenze tra mercanti in esse la fortuna è anzitutto fortuna di guerra che secondo il suo capriccio concede il lauro al vincitore e poi la fortuna commerciale che governa i guadagni e i fallimenti (ricordiamo Alessandro Ferrantina mercante fiorentino stabilitosi a Londra che scrive a Matteo Strozzi del fallimento che minaccia i suoi fratelli rimasti a Firenze). iene spontaneo chiedersi se i mercanti effettivamente accordino una tale importanza alla fortuna da farle posto nei loro scritti e nelle loro preoccupazioni quotidiane. Ciò si spiega con il fatto che , durante il Medioevo , gli affari sono strettamente sottomessi a i imprevedibili incidenti : tempeste , colpi di mano di pirati e predoni periodi di abbondanza e di penuria , rialzo e cadute improvvise dei prezzi , chiusura delle barriere doganali confisca di merci eccetera. Questo concetto viene chiaramente espresso da Giovanni Rucellai nel suo Zibaldone e poi dal Boccaccio nel Decamerone( Andreuccio da Perugia ; Landolfo Rufolo ). A partire dalla metà del '300 Giovanni Villani (mercante e cronista 1276 1348)introduce nella storiografia fiorentina il termine e il concetto di fortuna con il loro esatto valore .Egli li adopera in modo particolarmente interessante evocando per i casi della terraferma la fortuna maris cioè il disastro improvviso e catastrofico come la fortuna di mare.Nella Nuova Cronica conclude ,infatti ,un capitolo parlando del crac dei Bardi, il cui fallimento avvenuto nel 1345 ebbe conseguenze che si ripercossero sull'economia fiorentina e di tutta Europa. Al di là , ora ,delle spiegazioni pratiche appare ovvio che la nozione di fortuna implica da parte dei mercanti una visione particolare del mondo. Innanzitutto è il segno che la Provvidenza non trova più posto nella conoscenza mercantile. I mercanti separano la città terrestre dalla città di Dio e sotto l'effetto delle pressanti esigenze della vita terrena si attenuano le preoccupazioni di vita eterna che avevano nel Medioevo regolato le azioni umane. Paolo da Certaldo che appartiene al ceto mercantile ribadisce più volte il valore della " civitas" come spazio della civiltà .Nel suo " Libro di buoni costumi" Paolo da Certaldo dice "la villa fa buone bestie e cattivi uomini" cioè la campagna fa bene alle bestie e male agli uomini. Egli guarda al villano come ad una figura inquietante, portatore di una cultura alternativa e lo percepisce come nemico. Nel suo sistema di valori, infatti, la Civitas è il luogo simbolo della civiltà, mentre la campagna e gli spazi incolti, sono l'incarnazione della selvatichezza; d'altra parte in un mondo ancora in gran parte vuoto, in cui gli spazi incolti sono sentiti come negativi, in un mondo in cui le forze della natura sono profondamente temute non può non esserci una così forte e sentita contrapposizione tra città/campagna.Risulta, quindi, comprensibile l'atteggiamento di Paolo che consiglia al mercante di guardarsi dal villano o comunque, quando deve trattare con lui, chiamarlo in città staccandolo dal suo gruppo e dal suo territorio. Nel passo riportato il mercante-scrittore descrive la vita del villano nei giorni festivi e lavorativi; la festa rappresenta la trasgressione in cui in villano si sente libero di fare e di parlare senza rispetto per nessuno dato che per tutta la settimana sta nei campi con le bestie.Questi giorni di festa rappresentano, però, solo una piccola pausa che interrompe, senza modificare, le condizioni normali di vita in cui il lavoro e la sottomissione sono la regola. Nel passo "Tre cose sono quelle principali che dee avere in sé il lavoratore" Paolo da Certaldo si rivolge direttamente al contadino per illustrargli i suoi doveri portando quindi a concreta applicazione la gerarchia sociale su base religiosa teorizzata dai filosofi.Posto che coloro che lavorano la terra sono stati destinati da Dio a questa condizione Paolo ne deduce che quando essi cercano di risparmiarsi nelle "fatiche de lavorii" oppure non danno al proprietario, oltre che alla Chiesa, ai poveri e al Comune, la parte di prodotti che tutti costoro hanno il diritto di pretendere, peccano contro Dio. La prima regola del lavoratore è rispettare e temere Dio pagando la decima ecclesiastica dovuta agli enti ecclesiastici per le spese di culto ed il sostentamento dei poveri.La seconda regola consiste nell'essere leale e sincero verso il prossimo riconoscendo quindi al padrone della terra e al Comune ciò che spetta loro.La terza ed ultima regola è non cedere mai alle fatiche, quindi svolgere senza trascurarli tutti i lavori necessari nel podere per non causare perdite o danni al signore. Nel passo "consigli sul matrimonio e l'educazione dei figli " Paolo illustra come debba essere accurata la scelta della moglie, la quale non deve avere malattie ereditarie e deve godere di una buona reputazione.Inoltre colpisce , in modo particolare , la distinzione che egli opera tra figli e figlie:se la prole appartiene alla prima categoria essa deve essere ben vestita e nutrita a dovere, ma nel caso in cui nascesse una bambina è sufficiente che venga vestita con il minimo indispensabile e che le sia dato quel tanto di cibo che basta alla sopravvivenza. Infine ne "I precetti sulla mercatura" l' autore ci illumina sul mondo di valori mercantili che egli condivide con Boccaccio:prudenza, guadagno, operosità, perseveranza, diligenza e fiducia nella mercatura sono le doti più importanti ispirate più alle esigenze di risparmio che alla morale cristiana. 

La poesia satirica e giocosa

La poesia satirica e giocosa o comico-realistica è forse quella che meglio rappresenta la realtà cittadina. Manca la tendenza ad idealizzare la città e c'è invece un'attenzione per gli aspetti più squallidi degli spazi urbani. La poesia comico-satirica fiorisce essenzialmente nell'ambiente urbano. In un certo senso esso appare come una diretta conseguenza della civiltà comunale italiana in misura assai maggiore della lirica dello Stil Nuovo. Si può affermare che proprio il legame con la realtà storica ha consentito alla poesia giocosa toscana di raggiungere una sua indubitabile originalità. Inoltre la dimensione urbana ha avuto un ruolo fondamentale per lo sviluppo di determinati aspetti della poesia comico-realista. Il tema di gran lunga più comune e diffuso trattato nelle rime giocose e moraleggianti dell'Italia medievale è sicuramente la povertà. Essa è spesso mescolata ai tradizionali temi goliardici e trobadorici della satira dell'avarizia e della celebrazione della munificenza; il povero è sempre perdente, non ha amici, non ha diritto all'amore e dovendo vivere come vive, tanto vale che il povero ponga fine ai suoi giorni. A questo riguardo un esempio significativo sono alcuni passaggi della polemica fra Dante e Forese Donati: fra le accuse che i due si scambiano domina infatti l'insulto di povertà miserabile. Il ritenere la povertà una condizione infamante rispecchia naturalmente il modo di pensare dominante nella società del tempo e particolarmente negli ambienti aristocratico-borghesi cittadini. Strettamente associate al motivo della povertà sono altre immagini di disagio quali la sporcizia, la puzza, la vecchiaia e la malattia. In Italia le novelle e la poesia giocosa fanno parte di una letteratura laica, primariamente cortese, nella quale confluiscono influenze popolari e aristocratiche, idealistiche e realistiche. L'affacciarsi delle nuove classi e dei nuovi mestieri, la nuova prosperità urbana e soprattutto la mentalità laica, che continua naturalmente a convivere con accentuatissime spinte religiose, sono un prodotto dell'inurbamento e una grande novità per l'Italia comunale. Nel Duecento la poesia comico-realista mostra di nascere accentuatamente come contrapposizione alla lirica cortese, alla poesia aulica. La natura di gioco e scherzo all'interno di un pubblico limitato è assai trasparente nelle caricature di Rustico e di Cecco Angiolieri. Inoltre il richiamo alle tradizioni popolaresche e la ricerca di semplicità nell'espressione doveva portare all'ampliamento del pubblico e ad una nuova rivitalizzazione trecentesca degli elementi giullareschi. La trasmissione della poesia che chiamiamo comico-realista è stata strettamente associata a quella dello stil nuovo tuttavia nei codici il successo di quest'ultimo appare sovrastare quello dei poeti realisti. Ma molti elementi inducono a pensare che questa supremazia quantitativa ci appaia in proporzioni molto falsate rispetto alla realtà. Proprio la considerazione minore in cui era ritenuto lo stile comico ha certo contribuito ad offrire uno spazio limitato a questi sonetti in raccolte molto pregevoli; inoltre è lecito pensare che un numero assai elevato di componimenti di questo tipo non sia stato ritenuto degno di essere raccolto e tramandato. Il quadro della nostra antica lirica che ci offrono i canzonieri appare già orientato verso la celebrazione della novità, dello Stil Nuovo. Poco appare di tutto l'antico rigoglio municipale e di quella produzione satirico politica che pure dovette essere assai prolifica a giudicare dagli indizi che ne abbiamo. Cecco Angiolieri e Rustico de Filippi sono profondamente legati all'ambiente cittadino e alla mentalità urbana e questo aspetto si rivela in particolare nella caricatura politica, ma anche nella rappresentazione per tratti essenziali di alcuni scorci della vita senese (per Cecco Angiolieri) e fiorentina (per Rustico de Filippi). Talvolta la città appare sporca e disagevole, si sa infatti che l'igiene lasciava molto a desiderare e che non si poteva impedire che i cascami delle lavorazioni e le acque di rifiuto sporcassero le vie. Nei componimenti di Angiolieri e Rustico sono presenti i consueti temi della descrizione umoristica di qualche cittadino, l'invettiva contro un personaggio politico del tempo, il tema della povertà, l'invettiva contro le donne (soprattutto le vecchie), l'amore per il vino e per il gioco.

Cecco Angiolieri nacque a Siena verso il 1260 da un ricco banchiere. Altre notizie tramandate da documenti lo vedono coinvolto in risse, processi, arresti o multato per inadempienza militare e per altri motivi. Questa esistenza inquieta e i temi del suo canzoniere favorirono una descrizione di lui come "poeta maledetto". In anni recenti questa interpretazione è stata corretta e si è riconosciuta la natura essenzialmente letteraria del suo canzoniere. Le sue rime sono quasi tutte giocose (rime per Becchina, rime goliardiche, rime di vituperio anti-paterno, rime di corrispondenza con Dante Alighieri, alcuni sonetti sentenziosi e proverbiali). Egli ripudia i temi delle idealità cortesi e stilnovistiche; la sua polemica non fornisce nuovi ideali ma indica una crisi di valori, una insofferenza dell'esistente e l'esigenza di una cultura più vicina alla realtà. La scelta e la fedeltà relative al genere parodistico implicano una vena anticonformista anche se priva di una proposta etica, e un rapporto con la realtà, la cultura, gli statuti sociali e di costume dominanti. Nel sonetto "Tre cose solamente m'enno in grado", egli afferma di amare solo la donna, la taverna e il gioco, uniche cose che lo fanno sentire veramente felice. Ma l'autore sostiene di non poter godere di queste cose per colpa della borsa sempre vuota. Questa difficile condizione di vita lo spinge a pronunciare invettive violente contro il padre: " sia trafitto con una lancia che mi tiene così a corto di denaro", infatti togliere un soldo al padre è faticoso anche se accadesse la mattina di Pasqua quando pure tutti due mance; Il padre di Cecco è talmente avaro che è più facile che una poiana catturi una gru (uccello più grosso di lei) piuttosto che conceda al figlio del denaro. Cecco usa un linguaggio pieno di modi e di cadenze popolari che meglio si presta alla battuta e alla parola dialettale incisiva. Nel sonetto "Sed i'avess'un sacco di fiorini" il motivo centrale è la smisurata intensità dell'amore per Becchina, donna avida di denaro. L'amore per la donna presentato da Cecco è in netto contrasto con quello della poesia stilnovista, poiché il suo amore è un fatto terreno e ringiovanisce l'uomo anziano. Nel componimento "I buoni parenti, dica chi vuol dire" viene trattato il tema tra i più comuni della poesia giocosa, cioè l'esaltazione del denaro e il dispregio della miseria. Da notare è l'importanza e il nuovo significato che ha il denaro nella società mercantile di quel tempo; in questo componimento si riflette, nel suo aspetto più quotidiano e giocoso, il sentire di una società in ascesa. In questa poesia Cecco fa capire che per lui solo i fiorini sono degni di essere definiti parenti, anzi gli unici con i quali non si bisticcia.

Rustico de Filippi nel sonetto " Ne la stia mi par esser col leone" affronta l'invettiva politica: Lutteri puzza come un leone, più di un malato in prigione, più di carne putrefatta di un mucchio di morti; i capelli di costui farebbero un brodo denso e la cuffia renderebbe ricco un mercante d'olio e i suoi vestiti sarebbero adatti a fare pannelli di quelli a buon mercato. Egli puzza tanto di fetore di stalla e di leonessa che mai il poeta ha mai trovato altro cattivo odore tanto intenso; inoltre da Lutteri esce un tale sudore che sembra olio mescolato a veleno! Evidente è come le espressioni dell'invettiva siano raccolti da modi di dire diffusi nella città e quindi sono lo specchio di un linguaggio di cui non esiste traccia. In particolare stupisce il confronto con il leone, animale conosciuto perché tenuto nelle gabbie ed esposto alla curiosità dei cittadini .Spesso i sonetti comico-politici di Rustico sono ritratti caricaturali di un avversario. In questo sonetto è tracciata la caricatura di un guerriero fanfarone. Il poeta presenta da lontano il suo personaggio come essere visto per caso (bestiola), poi si avvicina accumulando particolari grotteschi e dando alla figura intera toni caricaturali terminando con l'ultima battuta paradossale: gli avversari muoiono non solo a vederlo ma anche a pensarlo. Nei versi di "Dovunque, vai con teco porti il cesso" sono elencati vituperi che vogliono costituire una caricatura grottesca di una vecchia laida e puzzolente. La vecchiaia è nella letteratura comica realistica il sinonimo di cattiveria; la donna vecchia è circondata da puzza e sozzura secondo un classico modo del vituperium. Alcune espressioni che riguardano l'odore emanato dalla vecchia "al cui confronto le selle paion lingua d'alcipresso" oppure "perché non ti spolpe ?" fanno parte del linguaggio parlato nelle piazze, delle ingiurie che fiorivano forse nei trivi e nelle botteghe. Il tema non è nuovo, tuttavia in questi versi il Rustico trova una espressione singolarmente violenta e crudamente realistica.

 

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21. FOTO

Firenze nel 1440

"L'annunciazione" di A. Lorenzetti

La Madonna di A. Lorenzetti

"Buon governo" di A. Lorenzetti

La Madonna di P. Lorenzetti

Facciata della cattedrale di Walls

Interno della cattedrale di Walls

Facciata di S. Andrea

Facciata di S. Ambrogio

Esterno del duomo di Siena

Interno del duomo di Siena

Palazzo pubblico di Siena

Piazza del Campo di Siena

Firenze nella "Divina Commedia" di A. Dante

 

 

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